Da Zero a Infinito F. Lastrucci

Editore: CS_libri

Collana: ALIA Arcipelago vol. 4

Data di pubblicazione: Giugno 2016

Pagine: 172

Formato: Solo digitale 

Prezzo ebook: 2,99 €

 

 


Capita a volte di imbattersi in letture che arpeggiano sulle corde più profonde dell’anima, producendo una delicata armonia che incanta i sensi. Tale rapimento ha contraddistinto la mia esperienza con Fabio Lastrucci e la sua antologia Da zero a infinito.

Lastrucci, nato a Napoli nel 1962, si è cimentato anche nella produzione teatrale (scrivendo lo spettacolo Racconti Salati) e nella saggistica (con I territori del fantastico). E’ autore dei romanzi L’estate segreta di Babe Hardy, un horror pubblicato da Dunwich Edizioni, Precariopoli e Il ritorno dell’Arcivento. Questi ultimi usciti per Milena Edizioni. Inoltre collabora con le riviste Delos Science Fiction e Rivista Milena.

Da zero a infinito, recentemente pubblicato dalla CS_libri in formato ebook, raccoglie quindici racconti usciti nel corso degli anni su varie riviste e antologie. Ognuno di essi è un raffinato ricamo di estetica e sostanza, dove la squisita scorrevolezza del testo si accompagna a un’emissione costante di rimandi filosofici alle molteplici sfaccettature dell’esistenzialismo.

OuroborosIl primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, narra del vecchio professor Kohen, appassionato collezionista di letteratura insolita. Tra i titoli recuperati di cui va più fiero spicca la collana Uroboros, pubblicata a Parigi dal 1946 al 1965 e mai più ristampata. Pare però che la serie regolare fosse preceduta da un numero zero, di cui non si conosce nulla. Inizia così l’investigazione letteraria in cui si avvale del supporto dell’assidua ricercatrice Miriam, che per lui è come una figlia. La circolarità infinita, autoperpetuantesi, incarnata dall’Uroboros, il serpente che si morde la coda, disvela il suo simbolismo su più livelli. Uno è quello letterario della collana editoriale. Ritenuta erroneamente conclusa, disvela invece un principio che la mantiene ancora in vita. L’altro significato simbolico attiene al professor Kohen, il quale alla vecchiaia trova rifugio nel mondo dell’infanzia (“Gli piaceva baloccarsi con dei soldatini di piombo”), come se volesse tornare all’origine proprio quando si trova in prossimità della fine.

Il secondo racconto, dal titolo Il trucchetto di Olindo, mette in scena un individuo fuori di testa, Olindo appunto. Ha un modo strampalato di porsi, con quel suo ‹‹riverisco!›› che dispensa a destra e a manca. Nella sua follia Olindo percepisce in maniera sottile la realtà che lo circonda, come se questa avesse una struttura reticolare che di tanto in tanto si allenta, creando flaccidi buchi tra le maglie. E’ in questi momenti che in lui ribolle un’inspiegabile energia che risale il suo essere, pronta a eruttare. L’unico modo che ha di liberarsene è ricorrere al “Trucchetto”, quella “roba brutta davvero”, come la descrive lui stesso. Il lettore può godere dell’alienante prospettiva di Olindo, proiettandosi nel suo mondo impregnato di un’allegoria solo in apparenza scanzonata.

Alla sua Napoli Lastrucci dedica alcuni racconti allucinati nella loro genialità. Ve ne cito alcuni. In “Loro” la città diventa l’obiettivo di un piano di conquista alieno. Almeno così pensavano “Loro”. “Saranno pure avanzati, saranno pure extraterrestri…ma capisci a me…qua stiamo a Napoli. Ho detto tutto”. Ne La Sindrome della Locusta tre simboli (Pulcinella, le carte e il cibo) della giovialità partenopea vengono alterati in chiave negativa. Una sfida a carte tra due entità ha ripercussioni sulla popolazione, innescando una dissennata brama famelica senza precedenti. La trovata che sta alla base del marasma è da applausi. Nero di seppia è ambientato nella Napoli del XVII secolo, preda della peste nera. Gli scongiuri di preti e devoti, che ciecamente si appellano alla misericordia del Cielo, non hanno la minima idea della sciagura che sta per colpirli.

LycanLastrucci setaccia anche il resto del sud Italia, pescando una famiglia contadina calabrese di fine ‘800. E’ lei la protagonista del racconto Il Noviziato del Comando, in cui tutti i familiari sono impegnati nella strenua difesa della loro proprietà da un paio di licantropi. Nel parapiglia che sconvolge la fattoria risaltano le tipiche personalità contadine del meridione che, incuranti del pericolo, vendono cara la pelle.

Le frecce scagliate con magistrale talento da Lastrucci non mirano solo all’intrattenimento, quanto piuttosto a pungolare gli aspetti più deplorevoli della società odierna. Il racconto DB è uno degli esempi più calzanti. Viene ideato il social network Deadbook allo scopo di mettere in contatto i vivi con i defunti, di qualsiasi epoca siano. Ma anche la più innovativa piattaforma social comporta degli scompensi in termini di rapporti umani. Il protagonista, che ha perso la fidanzata in un’incidente, ci riflette sopra: “Il Libro dei Morti squadernato sul mondo stava rendendo il mio rimpianto privo di definizione, derubandolo della sua tragedia, della sua garanzia di irreversibilità”.

I momenti più toccanti a mio avviso vengono raggiunti da Nella stagione arsa e da Specchi e confini. Nel primo uno scarafaggio pedina ogni giorno una ragazza di cui è invaghito. Il sentimento verso la giovane lo porta a vivere con pienezza tutte le sensazioni che gli restituisce l’ambiente circostante. Ogni cosa assume tonalità poetiche, che aleggiano soavi nelle lunghe e pittoresche giornate d’estate. Siamo di fronte alla tipica dichiarazione d’amore spassionata di colui che, accecato dal sentimento, non mette a fuoco l’oggetto del suo ardente desiderio che ne ha arso la ragione e l’autostima. Paragonato a un misero scarafaggio rispetto alla ragazza, tutto acquista una prospettiva spropositata. Almeno finché lui non si avvede di quanto lei in realtà sia vuota e superficiale. A quel punto si assiste al ridimensionamento del trasporto verso la ragazza, ma accresce il senso di solitudine dello spasimante che, deluso, torna a essere “signore di poco e di niente”.

Specchi e confini abbraccia il tema della questione ambientale, affrontandolo con una sensibilità che commuove. La corruzione indiscriminata della natura perpetuata dall’uomo ha gravi ricadute anche sugli altri esseri viventi. Ecco quindi un cane di cartone prendere vita nel mezzo di una discarica. Pur mantenendo le attitudini tipiche della sua specie, l’animale non è in sintonia col mondo come dovrebbe. Per un diverso come lui non c’è posto, e la sua uscita di scena sarà drammatica. Ma la perseveranza può premiare, e infatti qualcos’altro di insolito ridà speranza e colore al grigiore generale.

RobotsexL’eclettismo della penna di Lastrucci conferma la propria destrezza nell’ultimo racconto dell’antologia, intitolato Max Satisfaction. Una satira fantascientifica sulla società odierna sempre più queer e consumista di pornografia, incentivata dall’evoluzione tecnologica che le garantisce esperienze erotiche senza precedenti. Questo messaggio è ben diluito nella trama che si svolge su avamposti stellari, tra individui immorali e androidi pervertiti.

Quelli di cui vi ho parlato finora sono stati i racconti che più mi hanno colpito, ma vi posso assicurare che anche i restanti si attestano su livelli molto alti.

L’inventiva di Lastrucci non ha limiti, così come la sua dimestichezza nell’adattare la prosa a qualsivoglia genere narrativo, pur preservando il suo tratto distintivo, nonché marchio di qualità.  Mi riferisco alla sensibilità nel cogliere tutte le sfumature più intime di ogni scena, immortalata alla perfezione da una prosa elegante, sempre impeccabile in ogni registro emotivo. Anche quando la facciata è ironica in realtà cela una vena melanconica. Ogni racconto è intriso di un’amarezza di fondo, come se ci si dovesse puntualmente rassegnare a un senso della vita beffardo, che anche quando ci lascia indulgere in effimeri piaceri, per quanto appaganti sul momento, poi fugge via lasciandoci con lo sgradevole retrogusto dell’insuccesso. E’ la disillusione di fronte all’ineluttabile orientamento dell’esistenza, teso alla pessimistica caducità dell’uomo.

Il decorso di questa antologia ricalca l’essenza dell’Uroboro, ovvero ripercorre da zero a infinito l’inesauribile varietà della vita. Per quanto in ogni racconto irrompe il fantastico, si rimane sempre ancorati con i piedi per terra grazie a – qui cadono a pennello le parole di Massimo Citi nella bellissima prefazione – “quell’allegria incerta e sottile che può capitare di provare nelle prime ore del mattino, dopo una notte in bianco passata a girare in città, e una sottile sensazione di perdita, quella che ci fa sentire davvero, profondamente umani”.


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