Editore: Independent Legions Publishing

Collana: Black Spring

Data di pubblicazione: Agosto 2020

Pagine: 250

Formato: Copertina flessibile

Prezzo di copertina: 16,70 € 

Ebook: 5,99 €

 

 

 

 


Lo statunitense Brian Keene, vincitore del World Horror Grand Master Award e, per due volte, dello Bram Stoker Awards, è approdato per la prima volta in Italia nel 2011 con il romanzo I vermi conquistatori (2005), uscito per la defunta Edizioni XII. Nel 2014 viene ripubblicato nella collana Horror, anch’essa cessata, di Urania, curata da Giuseppe Lippi (pure lui ci ha lasciati purtroppo). Proprio Lippi, con la consueta affinazione critica che lo contraddistingueva, fotografa il testo di Keene come «un’acquosa parodia di Dune in chiave di paura»[1]. Arriviamo ad agosto 2020, quando la Independent Legions Publishing propone l’inedito Vermi conquistatori 2. Diluvio, cogliendo l’occasione per ristampare due mesi dopo il prequel, ormai fuori commercio nelle precedenti edizioni ad eccezione di qualche copia usata o dell’ebook Urania.

L’ambientazione ritrae un mondo inabissato da un diluvio globale. Affiorano solo gli ultimi piani degli edifici più alti e sporadiche vette montuose. La natura ha riversato sull’umanità la sua furia implacabile, soffocandola in una perenne cappa di nebbia e nuvole che vomita piogge torrenziali. Al cataclisma si accompagna una fauna abominevole: vermi giganti, ibridi invasati, imponenti bestie marine e altre mostruosità fino a quel momento confinate nelle più terrificanti fantasie del mito. L’umanità sembra destinata all’estinzione, giacché le risorse a disposizione scarseggiano e tutto sta marcendo a causa dell’umidità e delle infiltrazioni idriche.

Vermi conquistatori II inizia dove si era concluso il primo, in un paese di montagna del West Virginia. Avevamo lasciato il risoluto anziano Teddy Garnet a fronteggiare, insieme all’amico Carl, il verme colossale Behemoth, irrotto nell’abitazione dal sottosuolo. Con loro si trovano anche Sarah e Kevin, fuggiti da una Baltimora inondata da bestie marine di ogni sorta, tra le quali spicca per pericolosità il gigantesco Leviatano. I due ragazzi vengono obbligati da Teddy e Carl ad abbandonare la dimora sotto attacco. Così, mentre i due anziani provano a tenere a bada Behemoth (evito di spoilerare l’esito dello scontro per chi dovesse ancora leggere il primo volume), Sarah e Kevin intraprendono una nuova, disperata fuga nel waterworld infestato da vermi antropofagi. Di una misera possibilità di salvezza neanche l’ombra.

Il giovanissimo Henry Garrett non se la passa meglio. Rifugiatosi dentro un silo del grano prossimo a sprofondare, medita una possibile scappatoia da quell’inferno d’acqua. I morsi della fame non lo aiutano, anzi gli stimolano sinistri appetiti verso la sua gatta Moxey, pure lei ridotta pelle e ossa. Prima che quel riparo di fortuna diventi la sua tomba, Henry appronta una zattera rudimentale e prende il largo alla ricerca di sopravvissuti. Sempre che nei dintorni ci sia qualcuno ancora in vita, a parte i predatori mutanti.

Nella seconda metà del libro seguiamo le vicissitudini di un equipaggio alla deriva nell’oceano, liquido sudario disteso su carcasse di città annegate. Tra ammutinamenti e scontri estenuanti con le immani creature in agguato, senza contare l’esaurimento ormai prossimo di carburante e viveri, la volontà di sopravvivenza tende ad affievolirsi in una rassegnazione suicida. Un fato plumbeo opprime le sorti del mondo, inabissatosi insieme alla speranza.

Ogni personaggio, incalzato da scoraggianti sfide improbe, è consapevole di star rimandando una fine ormai scritta. Dove fuggire dunque? Per i superstiti l’unica consolazione pare essere il suicidio. I loro affetti sono tutti morti, insieme alla vita che conducevano un tempo. Rimangono due alternative: uccidersi, così da evadere finalmente da questo pandemonio, oppure continuare ad annaspare in attesa della fine. Brian Keene è molto bravo nel trascinare il lettore in queste ossessioni estenuanti, rendendolo partecipe dell’infausto condizionamento che va prosciugando la tempra dei protagonisti.

Oltre al diluvio universale e alle creature giunte con esso, un’altra piaga si aggiunge all’apocalittica deriva. Si tratta di una virulenta lanugine bianca che attecchisce su ogni organismo vivente e non, trasfigurandolo in un ammasso spugnoso sul punto di sfaldarsi. Pare che l’agente virale sia anche senziente, stabilendo una sorta di simbiosi consapevole con l’essere ospitante, sul quale impone gradualmente il proprio controllo fino a mutarlo in un abominio fungiforme.

La sagoma si allungò ancora, uscendo all’aperto. Il fungo s’increspò e fletté come dei muscoli. Era denso e lungo quanto il braccio di un uomo, ma si trattava di ben altra cosa. Possedeva cinque dita simili ad appendici alle estremità della mano, che anch’essa non si poteva definire tale. Il braccio, la mano e le dita erano solo ombre, spettri di qualcosa di appartenente a un lontano passato. Ora, erano solo morbidi”

Il processo infettivo culmina con la liquefazione del corpo, che di fatto si ricongiunge con il brodo alluvionale del quale, sottotraccia, viene rimarcato il ciclico simbolismo vitale: dall’acqua ha avuto origine l’esistenza e all’acqua essa fa ritorno. Un Ouroboros che Keene scolpisce con sembianze vermiformi. Ma da cosa ha avuto origine un tale scombussolamento climatico? Un’antica organizzazione segreta, o quel che ne resta, può fornire la risposta, per quanto surreale e fatalista possa sembrare.

Talete, il filosofo greco presocratico, lo definiva il Primo Principio. Proponeva una dottrina cosmologica, i principi base dell’esistenza, fondati sulla convinzione che il mondo avesse avuto origine dall’acqua. Riteneva che l’intero universo non fosse altro che un gigantesco oceano, al quale si riferiva come l’Immenso Oceano. La Terra si era formata solidificandosi dall’acqua nella quale aveva galleggiato. E un giorno sarebbe tornata a quella forma

L’autore rievoca, e non solo nell’occasione sopraccitata, il sostrato mitico sul quale si regge la narrazione. Ancor prima di Talete infatti, ricordiamo che Esiodo nella Teogonia si riferisce al dio Oceano come colui «che a tutti i numi fu origine», il cui dominio confina col Regno dei Morti. Un’associazione riproposta da Keene allorché le acque che ricoprono il pianeta delimitano il sottostante cimitero dell’umanità. L’antico significato di questo elemento ingloba anche la sacralità monoteista: mi limito a menzionare la “rinascita” nel fiume Giordano di Cristo, il suo influsso purificatorio attraverso il Battesimo e la sua identificazione con il pesce che (tralasciando le interpretazioni astrologiche), potendo vivere sott’acqua senza annegare, metaforizza la facoltà di accedere alla morte pur restando vivo. E, badate bene, nell’ultimo quarto di Vermi conquistatori 2 entra in scena proprio una figura cristica, afferente al ruolo di destinante scritturato dal semiologo Greimas nell’ambito della comunicazione partecipativa[2]. Una figura, cioè, che permette la comunicazione fra l’universo immanente e quello trascendente, mettendo in contatto l’oggetto del proprio agire, la redenzione appunto, con il suo destinatario, il mondo. In ottica cristologica il procedimento si esaurisce con la liberazione dal male mediante un estremo sacrificio.

Keene rimesta anche tra i temi e i simboli dell’Antico Testamento, dove il Diluvio Universale e le mostruosità bibliche rappresentano i prelievi più espliciti.

«In tutti i miti dell’umanità le acque sono un simbolo polisemico, latrici di vita ma anche di caos e morte, dalle cui profondità oscure possono venire a galla gli emissari di dei tenebrosi: creature dalle fattezze abominevoli, con squame appuntite e taglienti, bocche straordinariamente dentate, tentacoli enormi. Sono i mostri marini descritti nell’Ecclesiaste, nei Salmi e nell’Odissea (leviatani, serpenti di mare, sirene, tritoni, uomini-pesce) e che affiorano spesso nell’opera di scrittori del fantastico come H.P. Lovecraft e William Hope Hodgson»[3], ambedue ben in rilievo sui fregi dell’architettura narrativa di Keene, soprattutto quella del secondo volume.

Vermi conquistatori 2. Diluvio è una lettura che consiglio vivamente, così come il capitolo precedente. Un survival horror apocalittico che si eleva oltre la media grazie alla capacità di amalgamare in una ricetta vincente alcuni tra gli elementi più suggestivi delle credenze arcaiche e della weird fiction vecchia scuola, settandoli su un copione moderno dal dinamismo cinematografico.

Inoltre, grazie sempre a Independent Legions, è possibile spaziare su altri lavori di Keene quali la trilogia “The Rising”, meritevole di aver rivitalizzato il filone zombie, e il romanzo Ghoul, da cui nel 2012 è stato tratto l’omonimo film diretto da Gregory Wilson. A conti fatti stiamo parlando di un autore che si è guadagnato la prima serata sui palinsesti internazionali di horror fiction, e la duologia dei Vermi conquistatori rappresenta un ottimo biglietto di presentazione per approfondire la sua bibliografia.

 

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[1] G. Lippi, Brian Keene e il revival dell’orrore, in B. Keene, I vermi conquistatori, Urania Horror n.6, Mondadori, Milano 2014, p. 250.

[2] Cfr. A.J. Greimas, Un problema di semiotica narrativa: gli oggetti di valore, in A.J. Greimas, Del senso. Vol. 2, Bompiani, Milano 1984.

[3] P. Guarriello, Perduto nei mari stregati. William Hope Hodgson e il mistero dei Sargassi, in W.H. Hodgson, Acque profonde. Tutti i racconti di mare – 2, Edizioni Hypnos, Milano 2018, pp.365-366.


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