Editore: Edizioni Arcoiris

Collana: La biblioteca di Lovecraft

Data di pubblicazione: Aprile 2021

Pagine: 208

Formato: Copertina flessibile

Prezzo di copertina: 13 € 

Ebook: /

 

 

 


“La biblioteca di Lovecraft” delle Edizioni Arcoiris, curata da Jacopo Corazza e Gianluca Venditti, propone com’è noto diverse sfumature della narrativa del terrore. Non molto tempo fa ho recensito il romanzo gotico Il vampiro. Storia vera di Franco Mistrali (vedi qui), adesso invece slittiamo sul weird classico con la raccolta Freaks dello statunitense Clarence Aaron “Tod” Robbins (1888-1949). Vi troviamo Il ritratto vivente (aprile 1919 su All-Story Weekly), I giocattoli del Destino (gennaio 1921 su Munsey’s Magazine), ambedue inediti in italiano, e il popolare Freaks (febbraio 1923 su Munsey’s Magazine con il titolo Spurs) che ha ispirato l’omonimo cult del regista Tod Browing, ricordato anche per Dracula (1931) interpretato da Bela Lugosi.

Il trittico di novelette è corredato dalle illustrazioni originali e, nel caso di Freaks, dai fotogrammi dell’adattamento cinematografico. Dopo l’introduzione di Gianluca Venditti e il contributo di Harden Harrison, cofondatore della metal band statunitense Rigor Mortis, approdiamo al primo racconto della raccolta, Il ritratto vivente.

 

L’incredulità di un mondo asservito alla sicurezza e alla razionalità, suddiviso in precise caselle di possibilità, demarcate come in una scacchiera, non offre alcuna pietà a uno come me, a un uomo perso nel labirinto di esperienze senza precedenti

 

Gustave Ericson è stato rinchiuso in un manicomio con l’accusa di omicidio ai danni dell’amico Paul Grey. I due sono cresciuti insieme, accomunati dall’interesse per la scienza. Gustave è il genio intuitivo, scopritore di teorie sorprendenti, Paul è colui che le realizza. Per carattere e aspetto, il primo ricorda la fosca imperturbabilità della notte, il secondo la vivace spontaneità del giorno. La loro ultima invenzione è lo Zodium, una sostanza rivoluzionaria utile al prolungamento della vita. La messa a punto decisiva è merito di Gustave, rimasto a lavorare da solo dopo che Paul lo ha mollato per il colpo di fulmine Evelyn Lawrence. Ma non sarà l’unico smacco che Gustave riceverà dal presunto amico di una vita.

Durante una vacanza in Virginia, Gustave incontra Anthony Worthington, un eccentrico pittore che appena lo nota lo incensa come un soggetto artistico sensazionale, da ritrarre all’istante. Gustave, lusingato, accetta l’invito, sebbene nutra qualche perplessità sull’operato di Anthony, il quale è convinto di riuscire a immortalare su tela l’indole di qualsiasi soggetto criminale. A detta dell’artista anche Gustave sarebbe un assassino, per quanto inconsapevole. A testimoniarlo è il ritratto raggelante del suo “pensiero di sangue”, la sua anima omicida distorta dalla pazzia.

Pietrificato dall’orrore, Gustave stenta a riconoscersi nel dipinto, ma decide ugualmente di farselo spedire a casa. Non immagina che quella plastica estrinsecazione del suo io più sadico e negletto abbia vita propria, facendogli piovere addosso le conseguenze delle atrocità che si scateneranno a breve.

Nel frattempo Gustave si porta avanti con gli esperimenti, e appronta un composto chimico chiamato il Velo Porpora, talmente tossico da sterminare intere popolazioni. È curioso come la trasmutazione invertita del personaggio, dalla purezza alla grettezza (il cui esito trova riscontro nel riprovevole dipinto), mostri delle avvisaglie già nelle ricerche sperimentali, dapprima orientate al bene comune poi dirottate verso la distruzione.

Si evince una certa attinenza con Il ritratto di Dorian Gray (1890), di cui vengono riproposti gli influssi nefasti che intercorrono tra il protagonista e il proprio ritratto. Ma, al contrario di Dorian, nel racconto di Robbins è Gustave a subire gli effetti dei peccati commessi dal quadro. In ambo le storie il completamento dell’opera artistica determina la dissociazione del personaggio dal sé, un doppio interiore di mefistofelica natura incamerato dal dipinto. Tale dissociazione, esplica Aldo Busi, «è sempre frutto di un vedersi vivere e di un sentirsi parlare, quindi gemma di una consapevolezza dialogica fra sé e sé spinta alle soglie della più perfetta delle sintassi umane: la follia»[1].

Il ritratto vivente gioca tutto sull’interscambio tra l’uomo e il suo replicante, il suo doppelgänger figurativo, destabilizzando la cognizione del tempo oggettivo rispetto al tempo del delirio. Un valzer di sdoppiamenti e dissociazioni che Freud, analizzando L’Uomo della sabbia (1816) di E.T.A. Hoffmann, riconduce a uno sfalsamento della realtà dove permane «l’incertezza nel definire la consistenza reale o fantastica dei personaggi»[2].

Il doppio perturbante ritorna nel racconto I giocattoli del destino (1921), coincidente stavolta con la perfetta replica in miniatura della città di Prestonville e dei suoi abitanti. L’artefice è il giocattolaio del posto, che ha avuto la brillante idea di riprodurre sul modellino gli eventi accaduti in città il giorno prima. Un’attrattiva irrinunciabile per i cittadini, che non mancano l’appuntamento quotidiano con le simpatiche rievocazioni allestite dal negoziante. Una sera, poco prima della chiusura, questi riceve la visita di un vecchio decrepito, barba lunga e abbigliamento da straccione. Lo sconosciuto si presenta come Fate e chiede di comprare la miniatura di Prestonville. Sebbene non sia in vendita, il losco cliente offre una cifra talmente cospicua da sciogliere le riserve del giocattolaio, che alla fine acconsente. Qui iniziano i problemi, poiché Fate, il Fato, ha il potere di far ricadere su Prestonville tutte le sciagure inscenate per diletto sul modellino.

 

Guidate da una mente squilibrata e maligna, quelle mani stringevano saldamente il mondo e lo facevano ruotare a proprio piacimento; le grinfie di quel vecchio tenevano soffocata nella loro morsa la gola dell’umanità. Solo due volte le avevo viste all’opera, ma non desideravo altre prove: ero certo del loro potere

 

Il signor Burton, imbattutosi per caso nel giocattolaio durante un viaggio in treno, ascolta incredulo questa storia surreale, ignorando che a breve avrà modo di ricredersi sulle parole del compagno di viaggio.

La caratterizzazione di Fate sembra rispecchiare la visione esistenzialista dell’autore, stando alla quale il destino dell’umanità sarebbe appeso a un filo sottilissimo che oscilla sul baratro della disfatta, sospinto dalle correnti del Caso. Basta un capriccio di quest’ultimo e tutto finisce in un battito di ciglia. L’uomo è una variabile insignificante nella lotteria del Fato al pari delle divinità, sottomesse al suo volere sin dalla loro comparsa.

L’espediente del treno, potente simbolo di pulsioni subconsce, assolve alla funzione pirandelliana di luogo letterario che accoglie le fragili e dolenti esperienze di vita, spesso culminanti in una desolante autocoscienza. Lo stesso esito a cui giunge il signor Burton al termine della lunga chiacchierata con il giocattolaio. Emerge anche un parallelismo con le ferrovie orrorifiche di Stefan Grabiński, dove il treno lanciato a piena velocità espone i passeggeri al pericolo fisico e, soprattutto, allo «psichico orrore di un ordine […] andato a rotoli»[3], deragliato irrimediabilmente dai binari della razionalità.

Conclude il trittico il racconto più famoso di Tod Robbins, Freaks. Il nano Jacques Courbé, una delle tante stranezze umane che lavorano al Circo Copo, si innamora della bellissima cavallerizza Jeanne Marie, che però è invaghita dell’erculeo Simon Lafleur, il Romeo del tendone. Grazie all’ingente eredità ottenuta dopo l’improvvisa morte di un parente, Jacques è sicuro di poter finalmente chiedere la mano di Jeanne Marie, la quale acconsente con l’intento di intascarne gli averi e assicurarsi un futuro insieme a Simon Lafleur. La donna non ha fatto i conti con la vera natura, tutt’altro che innocua, di Jacques Courbé, sicché l’averlo sottovalutato così altezzosamente le costerà molto caro.

In questa storia l’oscuro archetipo del nano sfoggia tutti i topoi del caso. Nei miti e nelle favole, quando non aderiscono al lato benevolo della tradizione – relativo per lo più a ingegnosità e saggezza –, tali creature si dimostrano subdole, rancorose e vendicative. La deformità riservatagli dalla natura ingrata si ripercuote nel rapporto con gli altri esseri viventi, verso i quali covano rancore e invidia.

Anche in Freaks si riscontrano tracce della presenza del doppelgänger, seppur velate rispetto ai due precedenti racconti. Gli indizi conducono a Jacques, la cui natura nanesca è ancorata archetipicamente alle oscure forze sotterranee dell’io, il doppio malvagio appunto, le quali «rappresentano la potenza dell’inconscio, l’intuizione, la chiaroveggenza. Tradizionalmente i nani custodiscono tesori, si esprimono per enigmi, la loro mente è un’arma affilata che penetra nella coscienza di chi è troppo sicuro di sé»[4]. Ne sanno qualcosa Simon Lafleur e Jeanne Marie.

In ognuna di queste storie Tod Robbins manda in scena almeno un esemplare di freak, cioè un soggetto emarginato per via di qualche sua peculiarità disturbante agli occhi della massa bigotta. Un breve e incisivo excursus sull’argomento è offerto da Walter Catalano nella postfazione. Tod Robbins, sfruttando gli stilemi del perturbante, inietta nel bisogno di integrazione di questi emarginati una dose di frustrazione psicotica, scatenante una furia vendicativa contro il mondo intero.

Ne Il ritratto vivente il freak è Gustave Ericson, tagliato fuori dalla famiglia, dalla donna di cui si è invaghito, dall’amico d’infanzia Paul Grey e dalla società che ha tributato a quest’ultimo gli allori per una scoperta scientifica immeritata. Insomma, sembra proprio non esserci alcun contesto dove sentirsi gratificato.

Fate è invece il freak de I giocattoli del destino, costretto dal proprio ruolo a un’esistenza isolata sin dagli albori del mondo. Uno status miserando colto anche dal giocattolaio: «c’erano momenti in cui mi faceva pena. La noia pesava sulle sue spalle. […] Sapevo che si accorgeva di quanto antico e stantio fosse tutto quello che faceva, […] nulla rimaneva se non gli avanzi delle risate, che sono anche più amari degli avanzi delle lacrime»[5].

Nel racconto Freaks la discriminazione ai danni del nano ha luogo paradossalmente tra i freaks stessi. Eppure, fateci caso, gli unici del Circo Copo ad adottare un simile atteggiamento sono i due personaggi più aitanti, Marie e Simon, i soli conformi ai canoni dettati dal mondo esterno, inclusa l’intolleranza nei riguardi delle minoranze marginalizzate.

In Tod Robbins, dunque, non troviamo solo narrativa d’intrattenimento. Le sue ottime storie del terrore mirano anche a far riflettere su una problematica attualissima, tutt’oggi dibattuta nelle sedi governative e nelle piazze di tutto il mondo, spesso con modalità violente oppure con forzature perbeniste che contribuiscono a inasprire certe storture concettuali.

Chiudo con una considerazione su uno dei freak più famosi della letteratura nera: il mostro del Frankenstein (1818) di Mary Shelley. Abbandonato dal suo creatore, privato del diritto di esistere da una società ancora più mostruosa di lui, esso trova nella vendetta l’unica ragion d’essere. Vittima della miseria umana (così come il Lucifero miltoniano, altro freak celeberrimo, lo fu di quella divina), la creatura arranca nella colpa di una parabola decadente esauritasi nella tragedia, tra le fiamme di un rogo artico che disperde nel vento le ceneri della carne e della virtù.

Il freak della Shelley e quelli di Robbins promuovono un messaggio, ancora attualissimo, che «non è tanto un retorico “anche i mostri sono esseri umani” quanto – questo sì, realmente inclusivo – “tutti gli esseri umani possono essere dei mostri”»[6].

 

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[1] A. Busi, Prefazione, in O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Feltrinelli, Milano 2013, p. 9.

[2] L. Forte, Il mago E.T.A. Hoffmann e lo spaesamento delle sensazioni, in Hoffmann, L’uomo della sabbia e altri racconti, Mondadori, Milano 2017, p. 11.

[3] C. Miéville, Guardando i treni che passano, in S. Grabiński, Il villaggio nero, Hypnos, Milano 2012, p. 15.

[4] Fonte: http://www.kainowska.com/sito/twin-peaks-parte-iii-di-sei-___-il-fuoco-gli-alberi-la-loggia-bianca-la-loggia-nera-il-nano-la-garmonbozia/

[5] T. Robbins, Freaks, Edizioni Arcoiris, Salerno 2021, pp. 137-138.

[6] G. Venditti, Prefazione, in T. Robbins, Op. cit., p. 11.


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