Editore: GOG

Collana: Contemporanea

Data di pubblicazione: Gennaio 2020

Pagine: 203

Formato: Copertina flessibile

Prezzo di copertina: 16 € 

Ebook: /

 

 

 

 


Cinque autori, un unico motto: eludere le leggi naturali che limitano la percezione della realtà. Tutti loro sfoderano l’arma dell’immaginazione per contrastare il despotismo materialistico della modernità.

A rendere merito all’operato di questi cinque demiurghi ci pensa un manipolo di archeologi del fantastico – Andrea Scarabelli, Francesco La Manno, Lorenzo Pennacchi, Marco Maculotti e Adriano Monti Buzzetti – che ne ripercorre parte della biografia e ne analizza i capolavori tutt’oggi inscalfiti, nonostante l’inevitabile evoluzione della cultura di massa.

Inizia Scarabelli con H.P. Lovecraft, fondatore del cosmicismo che vede la scienza tentacolarizzata dal meraviglioso. «Prendendo le mosse da questo binomio, Lovecraft crea un fantastico situato nel cuore stesso del reale, fatto di elettroni e protoni, un fantastico all’altezza delle sfide del XX secolo, rivoluzionario […]. Il suo è sempre un orrore concreto: tutte le sue divinità, derivando dai miti del materialismo scientifico, non sono entità metafisiche ma presenze reali»[1].

Al di là degli sviluppi biografici che hanno condizionato quelli bibliografici, ho apprezzato particolarmente il focus di Scarabelli sulle radici filosofiche della produzione lovecraftiana, tra le quali si contorcono menzogne e illusioni di un Occidente alla deriva, cassa di risonanza delle tesi spengleriane e della “favola cosmologica” nietzschiana. «Portando alle estreme conseguenze l’ossessione storiografica dell’Occidente denunciata da Oswald Spengler e da Nietzsche, nella seconda delle sue Considerazioni inattuali, Lovecraft risale la china sino agli albori, tornando a tempi nei quali l’umanità non era che un’oscura fantasia di esseri infinitamente più potenti»[2].

Il cosmocentrismo di Lovecraft (da cui il soprannome di Copernico letterario attribuitogli da Fritz Leiber) assurge a paradigma della sua narrativa più matura, pregna di un agnosticismo radicale rigurgitante tutta la mostruosa indifferenza nei confronti della razza umana, declassata a un’insulsa sudditanza e privata dell’unica, illusoria consolazione di un Dio misericordioso a cui appellarsi. Le divinità lovecraftiane si impongono come cinica incarnazione dei principi meccanicistici, privi di scopo, a cui rispondono le leggi dell’universo. «A connotare la produzione lovecraftiana non è dunque, come abbiamo già visto, la riesumazione di antiche narrazioni, ma la profonda rielaborazione di un tessuto mitografico, un suo adattamento alla modernità – in crisi forse proprio in quanto priva di miti fondanti»[3].

È il turno di Francesco La Manno, che ci conduce al cospetto dell’Imperatore dei sogni Clark Ashton Smith, ritenuto da Lovecraft «più sublimemente cosmico, nella sua vena immaginosa d’un caos fantastico non segnato sulle mappe, di qualunque altro verseggiatore dai tempi di Poe»[4].

Dopo essersi imbattuto in Baudelaire, nel 1919, Smith ne mutua il piglio decadentista facendone il proprio marchio distintivo nell’alveo della speculative fiction. Tenendo a riferimento tale caratteristica, La Manno passa in rassegna i principali cicli narrativi dello scrittore di Auburn: Hyperborea, Poseidonis, Averoigne e Zothique.

Ciascuno di essi inquadra il pianeta Terra entro una particolare epoca, seppur immaginaria, dove l’influsso della magia è preponderante. Con uno stile aulico di barocca eleganza, Smith imprime su tele oniriche la caducità ontologica dell’individuo, proponendo personalità infime e affatto prestanti, scostandosi anche in tal senso dai topoi dello sword and sorcery.

Nelle dieci storie che compongono il ciclo di Hyperborea «si fondono la mitologia greca, l’esoterismo, il decadentismo, i Miti di Cthulhu e le teorie teosofiche di Helena Blavatsky»[5]. La Manno ne indaga tre, quelle che meglio validano la musa baudelairiana di Smith, ovvero La sibilla bianca, La porta di Saturno e Ubbo-Sathla.

Il ciclo di Poseidonis (anch’esso riassettato grazie allo scrupoloso lavoro di Lin Carter), ambientato sull’ultima isola atlantidea prossima all’inabissamento, consta di tre poesie e cinque racconti, tra i quali La Manno seleziona L’ultimo incantesimo e Viaggio a Sfanomoë.

Averoigne rimodula la regione francese dell’Alvernia e la trascina lungo un arco temporale che va dall’Impero Romano alle soglie della Rivoluzione. «Tutto ciò quasi a dimostrare che l’avvento della modernità non permette a questo luogo incantato di permanere nel mondo contemporaneo, facendo pertanto scomparire le sue donne flessuose, le sue ferali creature, le sue paludi fetide, i suoi tetri castelli, le sue cattedrali infestate da demoni e le sue foreste irte di pericoli»[6]. L’ingerenza della Chiesa (a cui l’autore riserva un’aspra parodia) è controbilanciata dalla massiccia presenza dei suoi antagonisti ancestrali: demoni e negromanti. Degli undici racconti e una poesia attribuiti a tale ciclo viene preso in esame La fine della storia, reputato «non solo l’archetipo dello stile smithiano, ma anche l’acme della narrativa demodé tanto osteggiata dagli odierni critici quanto apprezzata da coloro che appartengono al milieu culturale del weird fantasy»[7].

Insieme ad Averoigne, Zothique è il ciclo smithiano che più mi ha affascinato. Proiettati nel futuro, ci troviamo sull’unico continente sopravvissuto a un cataclisma globale, ma ciò che ne resta non è per nulla confortante. Sotto un sole sul punto di spegnersi si estendono territori aridi spartiti tra monarchi e teocrati. La società è piombata in una sorta di nuovo medioevo, dove imperversano arti occulte e creature immonde evocate dalla negromanzia. Un potentissimo affresco costituito da una poesia e sedici racconti, tra i quali La Manno preleva Morthylla per l’ultimo approfondimento della sua certosina dissezione.

Zothique è il sommo tripudio dell’autore al decadentismo più delirante e torbido, nel quale convergono il gotico di William Beckford, l’erotismo macabro di Gustave Flaubert, l’esotismo magico de Le mille e una notte, il cinismo cosmico della mitologia lovecraftiana. «Si pensi che il titolo, Zothique, è stato proprio il nome assegnato al primo circolo del decadentismo, fondato nel 1871-72 da Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, Charles Cros, Germain Nouveau e Jean Richepin»[8].

Segue La visione ecologica di J. R. R. Tolkien di Lorenzo Pennacchi (curatore del volume), una tematica dominante nell’epos tolkieniano già trattata nell’inedito studio di Dickerson e Evans intitolato Ents, Elves and Eriador. The environmental vision of J. R. R. Tolkien (2006), a cui si rifà il contributo di Pennacchi.

La filosofia ecologica del professore di Oxford, emersa sin dall’infanzia, si irradia con particolare fulgidezza nei suoi capolavori letterari. Pensiamo al Silmarillion, dove assistiamo alla creazione del mondo attraverso l’armonico canto degli Ainur, insidiato dalla subdola dissonanza di Melkor che decreta l’avvento del male. Oltre agli Ainur ci sono i Valar, le Potenze di Arda invocate dagli umani come dèi. Esse presentano «esplicite connotazioni ecologiche, in quanto intrinsecamente legate ad entità naturali. Così, Manwë è il signore del vento capace di comunicare con gli uccelli; la compagna è Varda, la Signora delle Stelle; Ulmo è il signore delle Acque; Aulë è il fabbro modellatore di tutte le terre»[9] sposo di Yavanna, la Dispensatrice di frutti, venerata dagli Elfi con il nome di Kementári, Regina della Terra. È lei che farà germogliare a Valinor, dimora dei Valar, Telperion e Laurelin, i portentosi Alberi di Valinor in seguito distrutti da Melkor. Si evince come la natura, e tutto ciò che la rappresenta, sia dispensatrice di pace e prosperità, un patrimonio da preservare contro i malvagi tentativi di violazione e strumentalizzazione.

Il medesimo allarme risuona ne Il Signore degli Anelli, dove Saruman fa le veci di Melkor. Per lo stregone, il più potente degli Istari, «la natura non ha alcun tipo di valore e la sua sostituzione con le macchine è necessaria, al fine di creare un impero, militarista e industrializzato, parallelo a quello di Sauron»[10]. Non a caso Mordor e Isengard, dimore dei due signori oscuri, sono luoghi mefitici, appestati dalla desolazione e dal sudiciume tipici delle aree soggette a un’industrializzazione scellerata. Di contro, la Contea estrinseca le romantiche aspirazioni bucoliche di Tolkien.

L’equilibrio perfetto tra progresso ed ecologismo è un vanto esclusivo degli Elfi, i primi figli di Ilúvatar, capaci di stabilire un’intima simbiosi con la natura. Ma sono gli Ent la vera essenza della Terra di Mezzo, nel cui esemplare più anziano, Barbalbero, è possibile riconoscere «Yggdrásil, l’albero cosmico della mitologia norrena, pilastro su cui si reggono i nove mondi esistenti e quindi l’intero universo»[11]. Saranno proprio gli Ent a giocare un ruolo decisivo nella sconfitta di Saruman a Isengard, sancendo la supremazia della wilderness sull’industrializzazione.

Viste le condizioni allarmistiche in cui versa il nostro pianeta, sarebbe bene adottare lo spirito ecologista di Tolkien e dei suoi personaggi, come fa notare giustamente Pennacchi al termine del suo ottimo intervento. «Cooperazione, armonia, bellezza, azione e speranza sono tutti valori centrali negli scritti del professore che possono svolgere un ruolo fondamentale anche all’interno della nostra società»[12].

Subentra Marco Maculotti con I Fair Ones, l’atavismo e la «regressione protoplasmatica»: la mitopoiesi panica di Arthur Machen. Scopriamo come l’antico irrompa nella modernità con vestigia terrificanti, smantellandone i paradigmi razionalisti. L’atavico per Machen coincide con il Piccolo Popolo (i Fair Ones) della tradizione in voga nella sua patria, il Galles. Il sopravvento della società progressista ha ridotto tali esseri a un residuo etereo, un coagulato animico ben lontano dalla forma originaria biogeneticamente definita. Quando essi entrano in contatto con il mondo degli uomini, chiunque ne faccia esperienza si ritrova ostaggio di forze paniche talmente sconquassanti da regredire anch’egli a uno stadio protoplasmatico. La figura principe in grado di scatenare un tale effetto è Pan, di cui Maculotti indaga i reflussi mitopoietici all’interno della produzione macheniana, in particolare ne Il grande dio Pan, I tre impostori, La mano rossa, La piramide lucente, Un frammento di vita e Il popolo bianco.

Degna di nota è inoltre la ricostruzione dell’interesse di Machen per la figura del Fauno/Pan. Una fonte ispirativa è stata A Discourse on the Worship of Priapus (1865) di Richard Payne Knight, un saggio sulla divinità fallica Priapo, simbolo della prorompenza sessuale maschile e, per estensione, dell’istintualità caotica e pre-formale che trasfigura ogni cosa, proprio come accade al palesarsi di Pan. Infatti «l’influenza che questo saggio ebbe su Machen non è certo un mistero, al punto che lo scrittore gallese arriverà persino a citare il nome di Payne Knight in uno dei suoi racconti»[13].

I culti primitivi ridestati da Machen fanno capo alla cultura atavica impiantata dagli antenati giunti nel Gwent e nelle isole britanniche, in un secondo tempo adottata dai Celti e poi metabolizzata dagli invasori Romani. «Va, a questo punto, messo ben in evidenza l’epiteto che nel Pan viene riferito al dio-demone venerato dalle truppe romane: Deus Nodens. Britanno romanizzato, la denominazione sembra derivare dall’originale Deus Noddyns, letteralmente il “Dio dell’Abisso”»[14]. Il Fauno/Pan «era considerato dagli antichi Romani come un nume silvestre ed oracolare, di una natura a tal punto ambigua e polimorfa da riconoscergli il dominio sia sulla sfera della fecondità che su quella dei morti. Servio lo definì infernus deus, Porfirio inferus, Marziale horridus e Giovanni Lido lo assimilò a Plutone.

Le qualità profetiche che gli venivano tributate gli valsero l’epiteto di Fatuus, la cui vicinanza con le Fatae in questa sede non può sorprenderci»[15].

Una rete di collegamenti notevole, che ci porta a comprendere come Machen abbia saputo carpire la coscienza arcaica di quei territori, trasfondendola con maestria nella letteratura nera dove il terrore si sostanzia nel risveglio traumatico dal sonno della ragione, per poi scoprire che l’iperumano orrore panico non potrà mai essere bandito.

Infine è il turno di Roberto Cecchetti con Gustav Meyrink. Un dialogo onirico con il cosmo interiore. Appureremo come l’impianto narrativo di Meyrink denoti delle matrici esoteriche ricorrenti che affondano nella psicologia del profondo, nell’alchimia e nel tantrismo. Gli archetipi junghiani, quelle forze primarie dell’inconscio indirizzanti i destini dell’umanità, vengono portati a galla dalla narrativa fantastica di Meyrink, paragonabile a un procedimento alchemico volto a conferire all’immaterialità onirica e inconscia una concretezza esperibile nella realtà, permettendo al soggetto – in qualità di personaggio-archetipo – di individuare il senso universalizzante del proprio vissuto, libero da ogni condizionamento. Un traguardo facilitato dal ricorso al tantrismo, il quale, «oltre che una costante attenzione alla dimensione del sogno, diviene il campo attivo della sperimentazione pratica in cui risulta chiaro il procedimento di ascesa da compiersi contro una naturale incoscienza in cui l’uomo viene per così dire gettato, incoscienza che equivale ad una sudditanza nei confronti del destino. […] L’uomo deve esercitarsi a covare una specie particolare di fuoco interno, una sorta di desiderio creativo, descritto come il calore che scaturisce dall’ardore, il tapas»[16] sanscrito.

Tutto ciò è finalizzato al compimento spirituale della Grande Opera, una tradizione ermetica che Meyrink mimetizza tra le righe dei suoi racconti, dove il fantastico recupera «l’originaria meraviglia nei confronti del mondo, […] compie una vera e propria sospensione fenomenologica nei confronti della realtà, cancella cioè ogni dato acquisito, ogni esperienza posticcia, ogni presa di posizione acritica nei confronti del mondo. Si stabiliscono nuovi nessi in un mondo di apparenze le quali non sono lì per nascondere un’essenza celata, ma stanno ad annunciare, con forme, colori, analogie, la natura intima di ciò che si mostra»[17].

I raccordi esoterici evidenziati da Cecchetti trovano riscontro ne L’angelo della finestra d’Occidente, l’ultimo romanzo di Meyrink nonché punto di approdo del suo percorso sapienziale.

Il volume si conclude con un intervento di Adriano Monti-Buzzetti intitolato Oltre il Reale: la letteratura fantastica tra magia e modernità. Un excursus che riabilita la nobile tradizione del fantastico alla luce delle molteplici infiltrazioni nei diversi ambiti del sapere.

Oltre il reale ha dunque confermato le mie aspettative. Un volume erudito, ricco di spunti riflessivi e curiosità, in grado di mesmerizzare il lettore dalla prima all’ultima pagina. Una tappa obbligata per chiunque voglia scoprire cosa abbia scaturito l’estro ineguagliabile di questi cinque scultori di universi.

 

 

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[1] A. Scarabelli, Howard Phillips Lovecraft, argonauta dell’Altrove, in Oltre il reale, Gog, Roma 2020, p. 32.

[2] Ivi, p. 24.

[3] Ivi, p. 31.

[4] H.P. Lovecraft, Teoria dell’orrore. Tutti gli scritti critici, Bietti, Milano 2018, p. 167.

[5] F. La Manno, Clark Ashton Smith e il decadentismo, in Oltre il reale, Op. cit., p. 52.

[6] Ivi, p. 68.

[7] Ivi, p. 71.

[8] Ivi, p. 76.

[9] L. Pennacchi, La visione ecologica di J. R. R. Tolkien, in Oltre il reale, Op. cit., pp. 91-92.

[10] Ivi, p. 98.

[11] Ivi, p. 103.

[12] Ivi, p. 114.

[13] M. Maculotti, I Fair Ones, l’atavismo e la «regressione protoplasmatica»: la mitopoiesi panica di Arthur Machen, in Oltre il reale, Op. cit., p. 125.

[14] Ivi, p. 129.

[15] Ibidem.

[16] R. Cecchetti, Gustav Meyrink. Un dialogo onirico con il cosmo interiore, in Oltre il reale, Op. cit., p. 157.

[17] Ivi, p. 179.


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