Editore: Venexia

Collana: I ponti di Venexia

Data di pubblicazione: Aprile 2021

Pagine: 348

Formato: Copertina flessibile

Prezzo di copertina: 22 € 

Ebook: /

 

 

 

 


L’inizio dell’ondata degli avvistamenti ufo viene comunemente individuata nel secondo dopoguerra. I danni sono incalcolabili, gli orrori (l’Olocausto in special modo) ancora vividi e la fiducia nel genere umano è crollata drasticamente. Le bombe atomiche sganciate sul Giappone comprovano che lo sviluppo tecnologico non è affatto orientato al benessere comune. Il capitalismo impazza colmando lo svuotamento valoriale della società. Dio non ha mosso un dito e la Chiesa ne subisce il contraccolpo in termini di proselitismo. Se il Padre Eterno è scomparso dal cielo, qualcos’altro di altrettanto portentoso ma finalmente visibile ne prende il posto: gli alieni. La corsa alla colonizzazione dello spazio è agli inizi, ma già impazzano progetti ingegneristici all’avanguardia quali aerei che sfidano la velocità del suono e prototipi di razzi spaziali. L’uomo volge quindi allo spazio i propri sogni di salvezza, confidando nella presenza di creature benevole capaci di soccorrere il nostro pianeta morente. Una credenza fondativa di innumerevoli religioni ufologiche – poi inglobate dalla New Age – contaminate dalla teosofia, dallo spiritualismo e dalla fantascienza. Cinema e science fiction, per quasi tutti gli anni Cinquanta, hanno invece ritratto gli extraterrestri come colonizzatori interplanetari, una minaccia per il pianeta Terra.

A partire dalle segnalazioni del pilota Kenneth Arnold, nel 1947, si ravvisa un incremento spropositato nei cieli americani di velivoli inusuali, battezzati nel 1952 unidentified flying objects dall’ufficiale Edward J. Ruppelt, membro del Progetto Blue Book avviato dall’Air Force per verificare le anomalie aeree avvistate tra il 1947 e il 1969.

Sempre nel ’69, in piena ufomania, viene pubblicato a Chicago Passaporto per Magonia di Jacques Vallée, un testo tanto innovativo quanto bistrattato dalla critica americana. All’estero invece si è ritagliato un successo inatteso: in Europa ha da subito conquistato Regno Unito, Francia e Spagna, mentre nell’Unione Sovietica ha circolato clandestinamente per aggirare la censura di regime. Lo studio di Vallée è considerato un punto di svolta nelle ricerche ufologiche, segnando un inedito filone d’indagine che correla gli extraterrestri ai miti del folklore, dove ricorrono contatti tra gli umani e una specie ultraterrena proveniente da luoghi e dimensioni apparentemente irraggiungibili. Grazie all’editore Venexia finalmente abbiamo l’opportunità di leggere quest’opera seminale sul contattismo alieno.

Sebbene, come detto all’inizio, gli studi su tali fenomeni si siano formalizzati nel secondo dopoguerra, gli «storici dell’ufologia segnalano la visione di oggetti nei cieli già dall’antichità. Per evidenziare la pervasività del fenomeno ufo, spesso vengono citati come antesignani dei dischi volanti il carro ardente visto da Ezechiele nella Bibbia, oppure gli scudi infuocati (clipei ardentes) della Storia naturale di Plinio il Vecchio, o le grandi sfere nere che lottarono fra loro nei cieli sopra Basilea nel 1566»[1]. Da simili rilevamenti ha preso corpo la teoria del paleocontatto, secondo cui antichi astronauti avrebbero pilotato la nascita e lo sviluppo dell’umanità. Essi corrisponderebbero alle divinità dalle prime civiltà (egizi, sumeri, indiani, precolombiani, ecc.), le cui prove, stando ai fautori della paleoastronautica, risiederebbero negli OOPart (i cosiddetti “oggetti fuori dal tempo”), nelle raffigurazioni artistiche e nelle conoscenze architettoniche ritenute troppo avanzate per gli standard della storiografia ufficiale.

Jacques Vallée aggiunge un ulteriore campo d’indagine che ho definito folklocontatto. «È difficile affrontare il fenomeno UFO perché, sebbene si evolva chiaramente per fasi, i suoi effetti sono diffusi e non è possibile datarli con precisione. Dobbiamo affidarci a leggende, dicerie ed estrapolazioni. Molto si può fare, tuttavia, una volta che ci si è resi conto che il materiale di osservazione disponibile dalla Seconda guerra mondiale in poi – i circa ventimila rapporti UFO in archivi ufficiali e privati – non è altro che il riemergere di una profonda corrente della cultura umana conosciuta nei tempi antichi sotto vari altri nomi»[2]. Infatti, rimarca Vallée, per «quanto sia forte l’attuale credenza nei “dischi dallo spazio”, non può essere più forte della fede dei celti negli elfi e nelle fate, e della credenza medievale nei lutin, o della paura, in tutte le terre cristiane nei primi secoli della nostra era, dei demoni, dei satiri e dei fauni»[3].

Il suo libro passa al vaglio, confrontandoli, una miriade di episodi straordinari estrapolati dai testi antichi e dagli archivi moderni. Ne riporto qualcuno. Il 24 settembre 1235 il generale Yoritsume e le sue truppe notano strane forme luminose svolazzare nel cielo. Sbalordito, Yoritsume convoca subito i suoi consiglieri per indagare il fenomeno, avviando di fatto la prima inchiesta ufficiale sugli avvistamenti aerei non identificati. Ancora in Giappone, il 2 gennaio 1749 tre oggetti sferici sostano in cielo per quattro giorni. La popolazione va in tilt e scoppiano ovunque rivolte, a stento sedate dal governo mediante la pena capitale. La Chiesa si è prontamente interessata a tali resoconti, bollandoli il più delle volte come superstizioni pagane. L’arcivescovo di Lione Agobardo (779-840), annoverato tra i dotti del IX secolo, è stato protagonista di un episodio singolare da lui ritenuto una follia collettiva. Nel Capitolo IX del suo Liber de Grandine et Tonitruis riferisce di una moltitudine di persone convinte dell’esistenza di un luogo fantastico di nome Magonia (da cui il titolo scelto da Vallée), dove formidabili vascelli volanti scaricano tutta la frutta compromessa dalle intemperie. Da uno di quei velivoli sono persino caduti alcuni membri dell’equipaggio, immediatamente catturati dai terrestri ed esposti al pubblico. Agobardo attribuisce a tali dicerie un’inattendibilità facilmente smascherabile, ma gli studiosi eterodossi hanno avanzato teorie discordanti. Per questi ermetisti, alchimisti e cabalisti le controverse creature esistono realmente e le identificano con gli Elementali, ai quali Paracelso dedica il trattato Liber de nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris (1566). È indicativo come nei vari trattati di magia e demonologia tali esseri vengano associati ai fenomeni celesti.

Tre secoli dopo troviamo un’altra testimonianza illustre. Nel VI libro della sua Autobiografia (1846), Goethe ricorda un viaggio verso l’Università di Lipsia insieme a due ospiti francofortesi. Scesi dalla carrozza, i tre notano in un burrone poco distante un agglomerato di oggetti luminosi schizzare in ogni direzione. Il cocchiere non sa spiegare la visione e lo stesso Goethe, incredulo, non riesce a stabilire se si tratti di fuochi fatui o di entità luminescenti.

Le antiche tradizioni fanno spesso riferimento ai “nidi delle fate”, un’area circolare di diametro variabile, dai due ai dieci metri, formatasi a seguito di una pressione che lascia immacolato il perimetro, mentre la superficie interna appare spianata o depressa, pervasa da un’anomala attività magnetica. Stando alla leggenda, gli indizi conducono ai balli delle fate o, secondo le credenze scandinave, degli elfi dal fisico minuto e la testa spropositata. Vallée raffronta tali segni con quelli rinvenuti in occasione degli avvistamenti di dischi volanti, trovandovi corrispondenze stupefacenti, compresa l’ampiezza media del diametro impresso nel suolo.

Altra coincidenza straordinaria tra alieni e creature folkloriche concerne il setacciamento della Terra per campionarne i prodotti. Si annotano casi di prelievi di bestiame, rilevamenti della flora, furti di alimenti e rapimenti di persone. Il folklore popolare ci ricorda inoltre che il Piccolo Popolo è solito viaggiare su velivoli volanti: i farfadeth francesi, omini neri e pelosi, sfrecciano su “carri cigolanti”; i Gentry irlandesi sono spesso avvistati in concomitanza di un grande anello bianco turbinante nel cielo; gli ikhals messicani, anch’essi piccoli e neri, compiono scorrerie e rapimenti volando grazie a una sorta di razzo posizionato sulla schiena. Non appena hanno svolto il loro compito, tali creature si volatilizzano nel nulla. Aspetto fisico, facoltà prodigiose, mezzi di trasporto e connessioni celesti sono gli elementi cardine che connotano, su scala mondiale, gli abitanti della Comunità Segreta, come la chiama il cappellano scozzese Robert Kirk nella sua celebre guida The Secret Commonwealth, ultimata nel 1692 ma pubblicata dopo oltre un secolo, nel 1815. Kirk credeva fermamente negli esseri fatati, ne aveva avuto esperienza, si dice. Motivo per cui decise di scrivere questo trattato senza orpelli narrativi, così da fugare ogni dubbio sulla loro esistenza. La sua morte è avvolta nel mistero. Aveva ultimato il libro da pochi mesi, e durante una passeggiata sul Poggio delle Fate fu colpito da apoplessia. Il corpo non fu mai ritrovato, fomentando la credenza tra i concittadini di Aberfoyle che i fairies lo avessero trasportato nel loro regno incantato.

Possiamo considerare Robert Kirk un antesignano del folklocontatto asserito da Vallée. Poche righe degli appunti preparatori di The Secret Commonwealth bastano a confermarlo: «come ogni epoca ha le sue verità ad essa riservate perché sono le più adatte a essere scoperte in quel tempo, così chi sa se tra pochi anni non possa darsi che essi siano non solo creduti, ma che si possa anche avere un rapporto tra le due specie di abitanti razionali della stessa terra, e che si scopra un metodo per avere e mantenere tale rapporto, come avviene con la navigazione e con la spedizione di navi per l’America?»[4].

Ho voluto in sostanza dimostrare come la filosofia feerica di Kirk collimi con la teoria del folklocontatto di Vallée, nel cui lavoro troviamo un passaggio dedicato proprio al ministro presbiteriano scozzese. La destinazione oltremondana in cui gli esseri fatati hanno portato Kirk dopo il decesso fornisce un altro aggancio al ragionamento di Vallée, secondo il quale tali luoghi – allegoricamente riuniti sotto il nome di Magonia – coinciderebbero con le dimore celesti riportate in varie tradizioni, solitamente ubicate in qualche universo parallelo tangente al nostro, come la leggendaria Elfland. Lì il tempo scorre diversamente e le leggi della fisica risultano stravolte, tant’è che gli umani tornano cambiati o non tornano affatto (i parallelismi con gli episodi di abduction sono sorprendenti). Il secondo caso è spesso contraddistinto dalla presenza di un changeling, un grottesco esemplare del Piccolo Popolo scambiato con l’umano rapito.

A ben vedere più che di creature extraterrestri Vallée parla di creature extradimensionali o parafisiche[5], che dir si voglia. Esse manipolerebbero il genere umano entrando in sintonia con il clima socioculturale di ciascun periodo storico, sfruttandone le credenze popolari maggiormente in voga. Dei, angeli, demoni, Piccolo Popolo e infine ufo sono i travestimenti che tali esseri hanno intercambiato per perpetuare il loro piano di assoggettamento.

A ogni modo, conclude Valleé, «non possiamo essere sicuri di studiare qualcosa di reale, perché non sappiamo cosa sia la realtà; possiamo solo essere sicuri che il nostro studio ci aiuterà a capire di più, molto di più su noi stessi». Una visione che, a ben vedere, ricalca quella di un altro indagatore dell’insolito: lo statunitense Charles Fort, stanziato tra Kirk e Vallée lungo questo specifico filone d’indagine. Anche Fort è convinto che la razza umana sottostia a dei burattinai provenienti da una spazialità alternativa, e che il vero concetto di realtà sfugga alle nostre chiavi interpretative. «Noi concepiamo tutte le “cose” come occupanti una gradazione, o stadi tra la positività e la negatività, la realtà e l’irrealtà: alcune cose apparenti sono più quasi-consistenti, giuste, belle unificate, individuali, armoniose e stabili… di altre.

Noi non siamo realisti. Non siamo idealisti. Siamo degli intermediaristi… perché nulla è reale ma quel nulla è irreale: tutti i fenomeni sono un’approssimazione in un senso o nell’altro tra la realtà e l’irrealtà»[6]. È in questa Intermediarità fortiana, dai contorni indefiniti, che il folklocontatto di Valleé acquisisce validità ufologica e soprattutto antropologica. A mio avviso infatti è nel secondo ambito che Passaporto per Magonia inspessisce la valenza dei propri contenuti, i quali apparirebbero alquanto pindarici se circoscritti alla mera speculazione extraterrestre.

Considero Passaporto per Magonia un volume imprescindibile per approfondire il tema ancestrale del folklocontatto e appurarne la sua evoluzione in epoca moderna, dove la nascita di nuovi miti e nuove religioni hanno riconfigurato la ragion d’essere delle cose, reinterpretate alla luce di un panteismo cosmico in cui tutto è interconnesso, condizionato e ibridato: l’uomo e la macchina, l’uomo e la natura, l’uomo e l’invisibile.

 

 

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[1] R. Gramantieri, Fenomeno Ufo. Science and fiction (1947-1961), Mimesis, Milano – Udine 2018, p. 13.

[2] J. Vallée, Passaporto per Magonia, Venexia, Roma 2021, p. 84.

[3] Ivi, p. 83.

[4] R. Kirk, Il Regno Segreto, Adelphi, 1993, p. 156.

[5] Cfr. M. Maculotti, Chi si nasconde dietro la maschera? Le visite dall’Altrove e l’ipotesi parafisica, 06/06/2018, Axis Mundi, https://axismundi.blog/2018/06/06/chi-si-nasconde-dietro-la-maschera-le-visite-dallaltrove-e-lipotesi-parafisica/

[6] C. Fort, Il libro dei dannati, Armenia, Milano 1985, pp. 19-20.


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