Editore: Kipple Officina Libraria

Collana: K_Noir

Data di pubblicazione: Ottobre 2019

Pagine: 224 

Formato: Copertina flessibile

Prezzo di copertina: 15€ 

Ebook: 3,99 €

 

 

 

 


È infine giunta l’Apocalisse della società post-moderna. Il delirio di onnipotenza indotto dall’avanzamento tecnologico, arrivato a un livello mai raggiunto prima, incoraggia il superamento dei limiti naturale e divino. Tuttavia se osserviamo con attenzione le dinamiche dell’abbaglio capitalista notiamo subito che non abbiamo a che fare con super-uomini, ma con marionette dall’identità smantellata dal reiterato assedio di forze invisibili pericolosamente tangibili, forze che seducono e avvincono per poi distruggere. Collassato intimamente, l’uomo finisce divorato dal nichilismo e arranca nell’angoscia di un nulla incombente pronto ad assalirlo. Ecco scoperchiato il punto di rottura del senso di onnipotenza e della fede circostanziale in divinità chimeriche. L’Apocalisse non ammette scappatoie, bensì impone la truce sentenza dell’Abisso a cui l’umanità si è condannata. Da quell’Abisso risalgono gli immemori spauracchi che la scienza esatta e gli esorcismi dogmatici erano convinti di aver destituito. Si scopre che la vera sacralità risiede nel Male più che nel Bene, giacché è al primo che l’uomo è costretto prostrarsi per implorare clemenza (anche quando invoca il Bene il fine è sempre preservarsi dal Male), il più delle volte senza successo.

Malasacra è un salto in questo Abisso apocalittico senza la minima speranza di uscirne integri. L’autore Francesco Corigliano ha avuto modo di indagare tali tematiche sin dalla sua tesi di Dottorato incentrata sul weird, seguita da pubblicazioni sia di articoli critici che di racconti sul soprannaturale. Le sue radici calabresi incidono le atmosfere di questa antologia, disseppellendo con cinica sfrontatezza tutti gli scheletri di una regione selvaggia nutrita dalla superstizione e dal sangue della violenza.

Già il titolo, Malasacra (un empio connubio tra il Male e il Sacro), suona come un anatema dialettale intriso del folklore locale più nero e venefico. Ricordando, da tradizione, come proprio nella parola si condensi la portata dell’effetto magico, ad un titolo tanto sacrilego non possono che seguire pagine di totale disperazione, dove l’intera esistenza dei protagonisti resta confitta in un sovvertimento maledetto popolato dai demoni dell’inconscio e dalle sue caricature distorte. In ciascun racconto ha luogo una corrosione fino all’eccesso dei punti fermi della ragione, lasciando trapelare le più nefande epifanie escatologiche sulle quali non è possibile cucire alcun attributo sensato. Un mortale non è all’altezza del compito.

Il weird è il genere letterario che meglio di ogni altro sguazza in questa indefinitezza proteiforme suppurata dalle fobie subconsce. E al weird è appunto votato Malasacra, un distillato dei classici del genere funzionale alla realizzazione – confacente alla filosofia ligottiana – di una spietata cospirazione contro la razza umana.

Il primo gradino della discesa abissale è Il silenzio, brevissimo racconto dove la routine di una passeggiata lungo un ruscello apre il sipario su mondi seppelliti nel tempo, ancora in grado di sprigionare una potenza suggestiva surclassante. Un inizio davvero col botto.

Si prosegue con Sancta Sanctorum, in cui il trafficante d’arte Bortoli commissiona ad Alessandro De Sanctis di trafugare la mano di Santa Apogania da una villa siracusana abbandonata. La reliquia appartiene alla collezione del defunto Raffaele Gabrieli, una sorta di teologo fatto internare dai parenti in una clinica di Palermo, dove poi è morto, poiché uscito di senno. La tremenda verità che viene fuori ispezionando la dimora fa piombare De Sanctis nelle grinfie di un’aberrazione assoluta del sacro, partorita dalle folli speculazioni pseudoscientifiche di Gabrieli intento a stabilire un contatto fin troppo diretto con il divino. Un fanatismo scellerato il suo che predispone l’ingresso al terrore panico del soprannaturale, finendone annientato. Come ne Il Grande dio Pan di Machen, «è la scienza, non la magia, a provocare l’irruzione di Pan nella comune realtà sociale quotidiana»[1].

La verità sulla Carolus Rex si ispira agli orrori marini di William Hope Hodgson, il cui cognome identifica tra l’altro uno dei marinai della storia. La Carolus Rex è una nave mercantile svedese sparita misteriosamente nell’Oceano Pacifico intorno la metà degli anni Settanta. Le cause sono rimaste oscure finché un giorno, quasi quarant’anni dopo, la Hamsun capitanata dal norvegese Gunnar Hagen si imbatte nel relitto. L’orrore che lui e la sua ciurma risvegliano proviene da un tempo lontano, quando il fanatismo religioso è tracimato ancora una volta nella dissacrazione più empia.

La tappa successiva, La terra altrui, ci proietta nell’antica Roma in piena guerra contro i Germani. Il tribuno Cassio, tornato a casa dopo la dispendiosa campagna militare, stempera il calore dell’accoglienza raccontando i terribili eventi che si sono scatenati in quella terra maledetta, pervasa di stregoneria e demoni ctoni. Nel racconto convergono ottimamente la “psicogeografia” (secondo la quale certi luoghi particolarmente selvaggi, non ancora civilizzati, favoriscono l’avvento di forze sovrumane avverse agli intrusi) di Algernon Blackwood e l’orrore cosmico del lovecraftiano The Very Old Folk, il resoconto di un sogno avuto da Lovecraft nei panni del questore L. Caio Rufus inviato a Pompelo (l’odierna Pamplona), una città della Spagna Citeriore, durante il periodo tardo repubblicano dell’Impero Romano. La storia non è mai stata sviluppata da Lovecraft, ma possiamo comunque apprezzarla in quanto riportata nella lettera a Donald Wandrei del 2 Novembre 1927. Oltre trecento legionari si mobilitano per debellare il barbaro popolo dei Miri Nigri intenti a svolgere riti sacrificali in occasione di Calendimaggio e della Candelora di novembre. L’assalto va a monte quando ombre immani si innalzano nella notte oltre la montagna e, in una cacofonia di strida e tamburi tribali, le milizie romane si scompaginano in preda a un terrore folle. Purtroppo il sogno si conclude bruscamente proprio sul più bello.

Con Il dragone del vuoto arriva il primo delirio di Corigliano. Un’allegoria surreale dove l’antica conoscenza, invischiata col folklore e l’ultraterreno, è stata sconfitta dallo scetticismo moderno. Il drago, emblema dell’antico sapere, non può più essere scorto dall’umanesimo razionalista e disincantato. Si è diventati tutti «stranieri alla missione che ci era stata affidata in tempi remoti e che così precocemente abbiamo disatteso, tradendolo» (p. 80). Nemmeno i bambini ne sono in grado poiché, pur privi delle sovrastrutture mentali dell’età adulta, non possiedono la maturità sapienziale adatta. Dunque chi resta? E cosa può ancora compiere questo drago?

Considero Il dragone del vuoto tra i migliori scritti della raccolta. Vi ho percepito quello spirito di Robert Aickman capace di frammentare la realtà, come ha rilevato Giuseppe Lippi, in «un mosaico composto di tessere straniate e spesso paurosamente prive di senso»[2].

A seguire il secondo delirio dell’antologia: Del vuoto mormorare. La controlinguistica a partire da Lacan. Già il titolo è tutto un programma. Abbiamo a che fare con un weird metafisico che se la gioca egregiamente anche sul campo della metalinguistica. La partita è rischiosissima poiché in palio c’è l’emancipazione dell’individuo da un nemico implacabile, l’Esterno. Non aggiungo altro.

Giungiamo a In tenebris umbra che denota una certa intesa con il racconto precedente. Il commissario Giuseppe Agri, della polizia di Reggio Calabria, si trova a indagare su un omicidio. Potrebbe sembrare uno dei tanti morti ammazzati dalla mafia, ma i poteri all’opera sono ben più intricati. Tra società segrete, tomi misteriosi e segreti fatali, questo noir predispone l’ennesimo palcoscenico sul quale il libero arbitrio dell’uomo viene lapidato da forze imperscrutabili all’opera dietro le quinte.

Con Megataiga facciamo un viaggio in Siberia dove conosciamo un team di ricercatori guidato dalla dottoressa Kuznestiv e scortato dai militari. L’obiettivo è analizzare un ecosistema datato due milioni e mezzo di anni fa con sorprendenti anomalie genetiche. Il reperto “C” ne è l’esempio lampante. Come potete intuire, l’anomalia è destinata a tramutarsi ben presto in orrore. Sul nucleo della trama si staglia l’immaginario cruento di Algernon Blackwood, con l’aggiunta di moderati innesti riconducibili, a mio parere, al profilo più mistico di Swamp Thing.

Ne Il funebre canto ritroviamo un’altra equipe scientifica, stavolta impegnata con la carcassa di un enorme animale marino arenatosi lungo le coste della Galizia. Anche in questo caso la scienza viene sospinta alla deriva da risvolti sempre più illogici, ma si sa che all’ombra di H.P. Lovecraft, a cui il racconto rende omaggio, non sono ammessi esiti “euclidei”.

Il penultimo gradino è Del male, ambientato presso il santuario di San Francesco di Paola. Il dottor Alsi vi giunge da Roma nella speranza di staccare la spina da un momento particolarmente sconfortante della sua vita. Ad attenderlo troverà invece la morte di due frati e le bizzarrie di un ordine monastico che pare nascondere, dentro le immacolate mura della santità, un maleficio che ha infettato il convento sin dalla fondazione. Una bella prova di weird-gothic da parte dell’autore.

La discesa nell’Abisso si conclude con Le colline o le città ambientato nuovamente in Calabria, per la precisione nella valle del Mesima. A seguito di ingenti alluvioni e conseguenti smottamenti un albero secolare si è abbattuto al suolo scoprendo un pozzo sottostante. Convinti che possa trattarsi di un’importante scoperta archeologica, alcuni ricercatori decidono di calarsi dentro e esplorare il sito. Ancora una volta la rivelazione supererà enormemente le aspettative. Tra tutti i racconti quest’ultimo è quello che ho trovato più debole in termini di sviluppo e suspense.

Arrivato sul fondo del baratro posso finalmente riannodare il filo generale che inanella tutti i racconti, costituito da due fibre distinte: il vuoto ontologico e la sacralità della dissacrazione. Il primo fa capo alla sconfortante desolazione di un’esistenza ibernata che rende gli individui insensibili agli stimoli provenienti dalle periferie della realtà. L’altro esalta una sacralità più primigenia e barbara, priva di edulcorazioni utilitaristiche. Una sacralità amorale e istintuale, in sintonia con la bestialità disinteressata vigente in Natura. Impreparata a rivelazioni di tale portata, l’umanità è destinata a consumarsi nel rogo della follia appiccato dal Mysterium Tremendum del “totalmente Altro”, suggeritomi dall’esperto Rudolf Otto.

Nel tentare di farvi capire quanto mi abbia assorbito Malasacra riporto uno stralcio de Il silenzio, il racconto di apertura: «Avevo tutto il tempo di questo mondo – tutto, ogni singola goccia – quando camminavo di fianco al ruscello, quando nessuno mi aspettava in città […]. Il tempo si strozzava tra i tronchi, le ore rallentavano annaspando quando io salutavo la montagna e il ruscello» (p. 11).

È questa l’immersiva sensazione che ho provato leggendo il libro. Uno spazio-tempo sospeso dove concedermi alle suggestioni più piacevoli e terribili insieme, incurante della sponda verso cui questo ruscello di parole mi avrebbe trascinato. Mi sono abbandonato alla Natura incantevole e tremenda, atavica e austera, che avviluppa ciascuna storia di Malasacra. Una Natura che è solita confabulare, avrebbe convenuto il noto critico Pietro Citati, tra “il silenzio e l’abisso” sconfessando l’oscurità che da sempre inquieta l’animo umano.

 

 

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[1] S. Johnston Graf, Il risveglio della selva, in A. Machen, Il Grande dio Pan, Tre Editori, Roma 2016, p. 137.

[2] G. Lippi, L’ectoplasma di carta, in R. Aickman, Suspense!, Mondadori, Milano 1990, p. 7.


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