Editore: Italian Sword&Sorcery Books

Collana: Polifemo

Data di pubblicazione: Dicembre 2020

Pagine: 226

Formato: Ebook

Prezzo: 4,99 € 

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Il Colosso, rivestito di bronzo lucente, si ergeva fiero e imponente sulle acque dell’Egeo ad accogliere le navi nel porto di Rodi, fiore all’occhiello dell’Isola delle Rose. Guai a chi avesse osato emulare lo sciagurato Demetrio I Poliorcete, che nel 305 a.C. ebbe l’ardire di asserragliare la città con quarantamila soldati, salvo poi darsi alla fuga al culmine di un’impietosa sconfitta. In onore della storica vittoria Carete di Lindo, discepolo di Lisippo, impiegò tutta la sua maestria per erigere la troneggiante statua, annoverata tra le sette meraviglie del mondo antico. «In ognuna di esse», fa notare Samuele Baricchi, «c’è un riferimento al sacro inteso in senso antichissimo: la meraviglia della grandiosità, la gloria dell’eternità, raggiunta tramite la fatica dell’arte»[1]. E spesso, la tradizione fantastica insegna, quanto più è sublime l’opera artistica tanto più essa trascende dall’immobilismo contemplativo, acquisendo una vitalità prodigiosa con conseguenze quasi mai piacevoli per i comuni mortali. La leggenda del Colosso rientra invece nell’esigua casistica dai risvolti innocui. Si narra infatti che la statua fosse dotata di ingranaggi funzionali al movimento, e che un giorno, sotto lo sguardo attonito degli spettatori, si sia incamminata tra le onde dell’Egeo, svanendo per sempre.

Sin dall’alba dei tempi mitologia e immaginario si sono alimentati vicendevolmente. Nonostante la modernità abbia esiliato le divinità arcaiche, come denunciato da Heinrich Heine e Friedrich Hölderlin, esse sono riuscite a rimpatriare indossando i travestimenti della narrativa fantastica. Rovistando in questo sterminato guardaroba letterario scoviamo il campionario approntato da Andrea Guido Silvi per il suo Rodi. Il sorriso del Colosso, edito Italian Sword&Sorcery Books. Si tratta di una raccolta di racconti dove, sullo sfondo di una Rodi pervertita da un subdolo culto alieno, uomini e dèi calcano lo stesso suolo, finendo inevitabilmente per incrociarsi in circostanze affatto propizie.

L’inquietante scenario inizia a profilarsi sin dal primo racconto, dall’intreccio puramente sword&sorcery, intitolato Il sorriso del Colosso. Due soldati cartaginesi, Gisgo e Annone, fanno visita alla favoleggiata Rodi. A loro si unisce il compagno d’armi Kheti, un nerboruto nubiano. Dopo aver assistito alle cruente festività in onore del dio Apollo, e appurata l’ingente ricchezza custodita nel tempio in suo onore, i tre visitatori pianificano di trafugarne una parte, insieme magari a una delle bellissime sacerdotesse illibate. Tuttavia le insidie sono tante e altamente letali; in primis la fanteria meccanizzata di pattuglia sulle mura, decisiva nello sventare l’assedio di Demetrio Poliorcete. Come se non bastasse, si vocifera di una occulta casta sacerdotale ascesa al comando dell’isola, che in segreta combutta con malevole entità aliene pratica la negromanzia e la stregoneria.

Un nome in particolare accomuna le teorie cospirazioniste che rimbalzano tra i vicoli cittadini, ed è quello di Memnone. Un primo chiarimento sul suo conto lo troviamo nel racconto Il nome di Memnone, nel quale assistiamo all’intrufolamento del ladro Ablero nella sontuosa dimora di Nestore votata al culto di Ecate-Selene, sorella di Elio-Apollo (i due Numi principali di Rodi, strumentalizzati dalla corruzione ideologica in atto). Durante l’esplorazione Ablero scopre il cadavere del padrone di casa squartato da una forza sovrumana. Il corpo viene notato anche dalle guardie, che lanciano subito l’allarme. Vedendo sfumare ogni possibilità di fuga, Ablero esce allo scoperto, ma viene giudicato innocente da Alcippe, moglie di Nestore, la quale ha un solo colpevole in mente: lo stregone Memnone, tra i fondatori di Rodi secoli addietro. Come può essere ancora in vita? E, soprattutto, quale nefasto destino sta tessendo per gli ignari abitanti di Rodi?

Memnone torna a palesarsi nell’avvincente racconto Il Dio nel palazzo, dove il bardo trace Museo, dopo aver stretto un patto con i demoni dell’Ade, si impegna ad estirpare la corruzione di Rodi alla radice. E quella radice è proprio Memnone, sempre prodigo a instillare la malevolenza nel prossimo, come si noterà anche ne Il precettore. La sua indole impura si crogiola nell’immolare ai cruenti altari del Febo le ceneri della Rodi che fu e il sangue dei dissidenti. Apollo stesso, svestendo i panni solari del canone teologico (riesumato da Johann Winckelmann e certificato secoli dopo da Walter F. Otto), rivela un’essenza di tenebra che vaticina sventure. Lo cogliamo persino con un coltello in mano grondante sangue, come ci fa notare – allegoricamente – lo storico delle religioni Marcel Detienne, prova inconfutabile della follia omicida che pervade il dio e, per induzione, i suoi seguaci. «Nei dintorni della dimora di Apollo Pizio, tendete l’orecchio, e sentirete il canto di uno squartatore, il maestro dell’oracolo che uccide alla sua tavola finché il coltello reclama la sua parte, senza indugio. Aprite bene gli occhi, e sull’ampia soglia del santuario scorgerete degli assassini impazienti di ricevere l’incarico di una missione. Attorno al tempio, vi imbatterete nelle decime umane offerte al dio mangiatore di uomini, venuto a stabilirsi su una terrazza rocciosa della Focide»[2]. Anche le altre divinità hanno avuto prova dell’arroganza di Apollo, sin dal momento in cui ha varcato la soglia dell’Olimpo con l’arco teso e la freccia incoccata contro i presenti, raggelati da cotanta follia. Si è reso necessario l’intervento della madre Latona, che dopo avergli fatto deporre le armi lo ha condotto al suo seggio tra i figli di Zeus. Un atteggiamento prevaricatorio che il dio ripropone, per mezzo di Memnone, nei riguardi di Ecate. Con la differenza che stavolta non vi sarà Latona a impedire il peggio.

Altri racconti riservano particolari attenzioni alle tradizioni rodiesi, al fine di porre in risalto la condotta soppressiva del culto apollineo-patriarcale ai danni di quello selenico-matriarcale, le cui esponenti, ricorrenti nelle tradizioni folkloriche, confluiscono nella figura della Signora della Casa del Sonno, così chiamata dal mitologo Joseph Campbell. «Ella è madre, sorella, amante, moglie. Tutto ciò che nel mondo affascina, tutto ciò che sembra promettere gioia, non è che un’indicazione della sua esistenza, nelle profondità del sonno se non nelle città e nelle foreste del mondo. Poiché ella incarna la promessa della perfezione, la certezza che, al termine di questo esilio in un mondo di inadeguate realtà organizzate, ritroveremo la beatitudine che già conoscemmo»[3].

Al pari di Apollo anche la Signora Lunare, l’Ecate rodiota nel nostro caso, sfoggia un lato oscuro e temibile. Nell’Alessandria tolemaica essa è indicata come Regina degli Spettri e della stregoneria, un identikit consolidatosi definitivamente nella cultura post-rinascimentale. Una figura imperiosa e ostica contro cui rivaleggiare lealmente. Meglio quindi scalzarla a colpi di condanne inique e subdole manipolazioni.

Ad esempio in Faccia da cane le prediche del Gran Sacerdote di Elio-Apollo condizionano il libero pensiero del giovane Callimaco, portandolo ad abiurare una leggendaria Telchina di nome Rodo, «due volte “madre” dell’Isola delle Rose»[4]. Ne I Figli della Luna una congrega votata a Ecate si riunisce in segreto per officiarle, seppur in modi promiscui, la propria devozione. Gli accoliti diventano oggetto di persecuzione per volere del Gran Sacerdote, deciso ad espiantare qualsiasi fede estranea al dio solare. I condannati vengono intubati in una macchina sperimentale atta a risucchiare energia dalle loro anime morenti.

L’apoteosi si raggiunge in Le Boedromie, dove il Dio del Sole viene proclamato unico patrono dell’Isola delle Rose. Ma, si sa, in ogni imposizione assolutista, per quanto agghindata di rettitudine, si nascondono imposture spiacevoli. A propria insaputa, Rodi sta per abbracciare la sua Nemesi.

Al cospirazionismo fantastorico si aggiungono interessanti innesti bronzepunk, commistione anacronistica tra età del bronzo e tecnologia avanzata potenziata dalla magia.  Si è parlato infatti di soldati meccanici, assemblati dall’occulto ingegnamento di Ctesibio, che nel racconto L’Arconte delle macchine ci viene presentato insieme al suo catacombale laboratorio. Ne Il volo apprendiamo che i maghi Empedoclei avevano catalizzato la loro energia alchemica in appositi contenitori fungibili da batterie per automi e altri macchinari. Un espediente sfruttato dall’inventore Agamede per il funzionamento di velivoli volanti chiamati ornitotteri, con ali dall’ampio telaio rinforzato da stecche e penne di cigno e gipeto. Ulteriori costrutti fantastici vengono dettagliati ne L’esperimento di Empedocle, popolare mago-filosofo dalla vita secolare, genio indiscusso della meccanica. Nel suo laboratorio, coadiuvato da assistenti robotizzati, prende forma un esperimento unico: asservire le essenze vitali del mondo, Amore e Odio, alla divinizzazione di un mortale, una variante ante litteram del Moderno Prometeo shelleyano. La compresenza di Eratostene e Archimede – seppur in forma animistica – funge da pretesto per intavolare una disquisizione esistenzialista sulle verità immanenti e trascendenti che regolano l’esistenza.

Da tale disamina si evince come l’autore abbia strutturato l’intera raccolta partendo da una macro cornice contestuale, al cui interno ciascuna storia concorre, come la tessera di un mosaico, a definire l’immagine d’insieme. Il risultato è una panoramica multisfaccettata sulla Rodi dell’epoca, nella quale si miscelano l’accuratezza storica e le effervescenze della fantasia. Queste ultime tendono a ricalcare le orme di illustri antenati della narrativa del meraviglioso, in particolare di Clark Ashton Smith. In comune con esso, seppur con i dovuti distinguo, Andrea Guido Silvi propende per un’intelaiatura wild and weird del suo affresco visionario in cui mitologia, stregoneria e avvenirismo convivono in uno spaccato ucronico dell’antichità. Si percepisce in Silvi il genuino desiderio di abbandonarsi alle esotiche tradizioni elleniche, rigenerandone l’eredità più eretica, oscura e panica attraverso uno stile ad esse confacente, ovvero colto e posato. Riadattando una massima di Friedrich Hölderlin, la filosofia pessimistica che pervade Rodi. Il sorriso del Colosso ci porta a concludere che “la giovinezza del mondo deve rispuntare dalla nostra decomposizione”.

   

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[1] S. Baricchi, L’isola dell’Eternità, in A.G. Silvi, Rodi. Il sorriso del Colosso, Italian Sword&Sorcery Books, 2020, p. 11.

[2] M. Detienne, Apollo con il coltello in mano, Adelphi, Milano 2002, p. 16.

[3] J. Campbell, L’eroe dai mille volti, Lindau, Torino 2016, p. 133.

[4] A.G. Silvi, Op. cit., p. 81.


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