Editore: Cliquot

Collana: Fantastica 

Data di pubblicazione: Dicembre 2019

Pagine: 184 (144 l’edizione standard)

Formato: Copertina flessibile

Prezzo di copertina: 50€ l’edizione Deluxe (18€ l’edizione standard)

Ebook: 4,99 €

 

 

 

 


La prima volta che abbiamo fatto la conoscenza dell’autore Carlo Hakim De’ Medici è stata in occasione del romanzo Gomòria (Facchi, 1921. Ne ho parlato qui). Adesso lo incontriamo nuovamente con la raccolta I topi del cimitero (Bottega d’Arte di Trieste, 1924), proposta sempre dall’editore romano Cliquot a cui va il merito di dirigere le operazioni di questa riesumazione letteraria, compito encomiabile per quanto arduo poiché, nonostante i progressi raggiunti, non è semplice dipanare le coltri che avvolgono la figura misteriosa di De’ Medici. Sul suo conto sappiamo ancora poco, e a complicare la ricostruzione sono incorse insospettabili smentite insieme all’impenetrabilità di certe informazioni che paiono sfilacciarsi all’improvviso, rendendo impossibile riannodarle compiutamente. È come se con l’immersione nei misteri dell’alchimia e dell’esoterismo De’ Medici si sia eclissato dal mondo sensibile sicché, al pari di quegli arcani saperi da lui inseguiti, venire a capo della verità implica imbarcamenarsi in un percorso iniziatico all’apparenza fuorviante e inestricabile. Tanto per dirne una: nell’edizione di Gomòria è riportato che l’autore è nato nel 1877, mentre ne I topi del cimitero, grazie al rinvenimento di nuove fonti, la data di nascita è stata rettificata al 19 agosto 1887. Restano ignoti il momento e le circostanze del decesso. Ovviamente ne trae giovamento l’aura di sinistro fascino che promana dalla sua persona e, di riflesso, dalle sue opere.

Con I topi del cimitero, scrive Federico Cenci nella prefazione, «ci si accorgerà subito che il sottofondo gotico è quasi un pretesto per esprimere i caliginosi rimestii di un’anima profondamente inquieta (ma anche mestamente autoironica). Tutte le storie sono narrate in prima persona, e l’azione, spesso sfuggente, lascia spazio ai voli dell’intelletto verso le regioni sconosciute oltre la materia; ciò che resta è un grido di dolore per la frustrazione di una mancata fusione col tutto, la somma tragedia dell’esistenza umana» (p. 10).

Come già riscontrato in Gomòria, prevale una sorta di romantica rimostranza dinanzi al decadimento della vita a cui l’autore tenta disperatamente di reagire mediante una ribellione intellettuale e spirituale. Come Gaetano Trevi di Montegufo è stato assassinato dalla Malanotte, così i protagonisti di queste storie accusano i colpi mortali infertigli dalla Malavita quotidiana. In ognuno di loro riusciamo quindi a individuare delle rifrazioni dell’uomo De’ Medici, richiamato da una mistica vocazione a rendersi martire e portavoce del collasso esistenziale provocato da «una società che proclama l’obbligo alla felicità e l’universale disponibilità delle cose e della natura a farsi manipolare e sfruttare»[1].

Il volume della Cliquot si compone di una prima sezione con quattordici racconti che vanno a costituire la raccolta I topi del cimitero (1924), inaugurata dal racconto omonimo. Quest’ultimo ricorre a una suggestiva simbologia astrale per ravvisare lo smantellamento della cristianità attraverso la metafora dall’ostia sacra, associata alla luna, rosicchiata da implacabili topi. Scomparendo la luna scompaiono anche le stelle, gli occhi degli angeli. Le mura della chiesa, stanziata nel cimitero, vengono indicate come «granitici blocchi di fede» che crollano con tutta la millenaria «gloria evocatrice» (p. 19) che hanno sempre rappresentato. A questo punto il male non ha più argini che ne ostacolino il riversarsi nel mondo. Il racconto si connota come overture ideale per la tempesta solforosa che, negli scritti successivi, prende a flagellare questo inferno terrestre esulato da ogni possibile redenzione. Per certi aspetti, a giudicare dalla condotta ecclesiastica, forse è meglio così.

Un’evasione sognante rappresenterebbe l’unico toccasana dal tedio quotidiano, ed è quanto tentato dal protagonista del racconto Il brigantino grande, alla disperata ricerca di una vivificante perdizione in un esotismo idilliaco, dove tutto brilla d’incanto e risveglia «la primavera in cuore» (p. 25). Ma non si può fuggire per sempre dalla realtà se non con la morte, e prima o poi bisogna tornare a fare i conti con la miseria della propria condizione.

D’altronde anche il trapasso si rivela essere l’estrema prova dell’insensatezza umana, spiattellata con crudezza da De’ Medici nel racconto Madama la morte dove viene inscenato un incontro nella taverna delle Tre bare tra un commerciante di statuette e la Morte. Il primo tenta di ridicolizzarla mostrandole la propria mercanzia quale atto di creazione, a differenza di lei che tutto annienta. Per tutta risposta la Morte, ubriaca e stizzita, disintegra le statuette del mercante insieme alle spocchiose illusioni che egli è andato millantando per tutto il tempo. Gli esseri viventi sono come quei manufatti di gesso, fragili e destinati alla dissoluzione, inermi dinanzi al verdetto della tomba.

Il pessimismo generale dell’opera ricade anche sulla figura femminile, dipinta con le chete tonalità del pallore e della languidezza. In realtà dietro le apparenze remissive si nasconde una perversa carica sessuale e distruttiva, aspetto che la inscrive nella cerchia infernale e saturnina della femme fatale, adescatrice di anime sbandate inclini a consumarsi nella fornace della lussuria, sconquassate eppure sedotte da un amore violento e nocivo. La loro insaziabile smania autodistruttiva emerge nei racconti La felicità e Per la mia pace. Nel primo il protagonista rincorre una felicità sempre più grande e dunque irraggiungibile, costretto a un perenne inappagamento che, come l’Icaro del mito greco, rischia di culminare in una caduta fatale. Non si sente realizzato nemmeno quando ha raggiunto una stabilità lavorativa e, in combutta con l’amante, assassina il marito di lei arraffandosi gli averi.

In Per la mia pace ci sono due donne, Luisa e Ludovica, la rossa e la mora. Ambedue dalle forme prorompenti che lasciano pregustare focosi intrattenimenti sotto le lenzuola. Il protagonista, consapevole suo malgrado di non poterle avere entrambe, si dichiara a Luisa. Ma mentre è impegnato a possederla inizia a pensare a Ludovica, convincendosi che con lei potrebbe raggiungere quel brivido tanto anelato. Così, dopo aver lasciato Luisa, si fionda nelle grazie di Ludovica ma rimane un’altra volta deluso quando riconosce che il migliore appagamento lo ha trovato in Luisa. A quel punto è ormai troppo tardi, il rapporto con entrambe è irrimediabilmente compromesso. A distanza di anni, fidanzato con una nuova ragazza, l’io narrante continua a vivere nel tormento di quel sentimento insoddisfatto, di quel brivido estremo rimastogli precluso. Non può più andare avanti così, quindi l’unica alternativa per liberarsi dall’assillante fardello è rintracciare Luisa e Ludovica e ucciderle.

Un altro ottimo esempio di femminilità vampirica (intesa come suzione della vitalità rinfrancante) è La Taciturna, soprannome della bellissima Marta che appare sospesa in una non-vita. Sul suo pallido viso risaltano nere pupille insondabili e smorte, così come smorta è la sua emotività che la fa sembrare un automa. Eppure in quel pallore melanconico e in «quella sua stordita languidezza», in sintonia col luttuoso feticismo decadente di poeiana memoria, il protagonista ravvisa il «maschio egoismo […] di possedere un’amante taciturna e irriflessiva, un’amante diversa da tutte le altre» (p. 30). Ad ogni modo la spasmodica ricerca su La comprensione de l’infinito ha la priorità, sicché anche quando la Taciturna, miracolosamente rinsavita, si reca a trovarlo per ricambiare i sentimenti, lui le sfonda il cranio con il calamaio di cristallo. Una conoscenza tanto elevata quanto ermetica non può rischiare distrazioni, pertanto il cervello va protetto da eventuali sbandamenti. A tal fine il protagonista decide di rinchiudere la sua emotività in una cassaforte psicologica, trasformandosi lui stesso, con ogni probabilità, nel Taciturno. L’eremitaggio emozionale è il sacrificio necessario per conseguire il fine più alto e inestimabile a cui l’uomo possa ambire: La comprensione de l’infinito.

Altra tematica centrale del volume è proprio l’incessante ricerca dei segreti fondanti dell’esistenza tramite cui giungere alla trascendenza individuale (secondo un processo alchemico di sublimazione rinvenibile di frequente negli scritti di De’ Medici), epurandosi finalmente dalle brutture che ammorbano la realtà e costringono tutto ciò che ne fa parte a spegnersi nell’inutilità e nell’insoddisfazione. Un tormento che è anche passione, una linfa lavica che pur straziando le carni in cui scorre ravviva l’intero organismo di una bruciante volontà che ricusa l’adagiarsi nel torpore della passività. È ciò che pervade il protagonista di Guland dal quale sgorgano cristalline le ascendenze faustiane che attanagliavano Gaetano Trevi in Gomòria. Giunto nottetempo in una radura, egli inizia a scagliare contro il firmamento la sua insofferenza nei riguardi delle futilità terrene, votandosi, al termine di un onirico incontro con quattro fate della benevolenza, a Guland, l’astro nero di Satana che i mortali non possono vedere poiché prigionieri delle catene dogmatiche.

La medesima, demoralizzante consapevolezza anima il dibattito tra l’io narrante e il medico-spiritista Thalner (incontrati già nel macabro Quel burlone di Nane) nel racconto Dopo. In esso credo si possa collocare la pietra angolare dell’intero libro. Durante la discussione avvenuta la notte di Natale, davanti a un caminetto scoppiettante, Thalner intavola un indottrinamento di stampo alchemico tramite cui un soggetto potrebbe rinascere più volte, evolvendosi fino a purificare il proprio spirito universale (lui è in tutto e tutto è in lui) dalle sudicie vestigia della materia. A quel punto non resta che scoprire il mistero più grande, l’ultima rinascita dopo la vita terrena. Il protagonista nei giorni a venire rimugina e si tormenta sulle teorie incredibili dell’amico Thalner: «Perché, ragione mia meschina, ottenebrata dalla menzogna terrena, non riesci tu a strappare i veli che ti accecano? Perché non frangi, non divelli i lacci che ti trattengono, e non ti libri in un grande epico volo, verso la suprema conoscenza, verso la assoluta coscienza?

Perché, mente mia ribelle, non hai tu la forza di spezzare le umane catene che ti tengono prigioniera nella tenebra delle cose vane, se tanto aneli e spasimi verso la verità?

Ah, sapere! Sapere!» (p. 109).

Pur di ottenere la somma conoscenza egli compie un sacrificio estremo, il suicidio. In tal modo disvela finalmente l’arcano. Tra le conoscenze che si dischiudono alla sua coscienza vi è la relatività dello spazio-tempo: «Un punto solo, in un perenne istante. […] Spazio e tempo e luogo non hanno più significato e luogo» (p. 111).

Balzano inoltre agli occhi del protagonista i futili tentativi umani di racchiudere nella comprensiva finitezza ciò che invece è sconfinato, dunque inconcepibile per noi che siamo effimeri «granellini di polvere anche nella vastità di uno spazio che siamo riusciti a misurare; noi attimi insignificanti nella lunghezza di un tempo che siamo arrivati a calcolare; noi, microscopici ed effimeri parassiti…A che cosa ci riduciamo nell’immensità che non ha misura, che non ha dimensione?

I nostri sentimenti, le nostre aspirazioni, i nostri desideri? Menzogne!» (p. 111). Tutto nel mondo è una menzogna preconfezionata per conferire una parvenza di credibilità alla condotta da gregge a cui ci sottoponiamo.

Ne I topi del cimitero, ma anche in Gomòria, impera la figura tipicamente ottocentesca del célibataire, lo scapolo. La sua valenza non riguarda solo lo status civile, ma abbraccia una più ampia ideologia anticonformista e reazionaria. In una società di fermento produttivo come l’Ottocento, il rinunciare alla famiglia significa trasgredire una consuetudine sacrosanta dell’età adulta, oltre ad esimersi dall’assicurare un futuro alla società mediante la discendenza. In sostanza lo scapolo ottocentesco si taglia fuori dalle istanze imperanti del suo tempo e, annoverando tra queste imposizioni il contributo della prole, evita di investirvi risorse oppure vi si accanisce con crudeltà. Si tratta dunque di un personaggio non aderente al patto sociale, un outsider, costantemente scontento e critico verso l’epoca moderna che lo ha rigettato al pari di tutte le persone – compreso il suo nucleo familiare – che invece vi si sono conformate. È il caso, ad esempio, del personaggio-célibataire Gilles de Rais, lo sterminatore di bambini delineato da Joris-Karl Huismans nel romanzo nero L’Abisso (1891), autore con cui De’ Medici intrattiene svariate concomitanze stilistiche, tra cui proprio questa dello scapolo. Lampante è il calco di Gaetano Trevi, protagonista di Gomòria, sul célibataire hausmaniano di Alla deriva (1882) dalla «voce lamentosa e agra, la voce d’un uomo egoista e perfino meschino, di “un anémique et un hypocondre”». Una voce «che sentiremo risuonare – querula e antipatica – lungo tutto l’arco dell’opera huysmaninana»[2] e dei suoi epigoni, contemporanei e futuri.

La cifra stilistica di De’ Medici è imbevuta, oltre che nel pessimismo antimoderno di Huysmans e di Villiers de l’Isle-Adam, nel decadente lirismo di Poe da cui Baudelaire, suo eccelso promotore, distilla una filosofia della dannazione riversatasi anche nei testi dell’autore italiano. «Nella storia letteraria ci sono […] dannazioni di uomini che portano la parola scalogna scritta in caratteri misteriosi nelle pieghe sinuose della loro fronte. L’Angelo cieco dell’espiazione si è impadronito di loro, e li sferza senza pietà, a edificazione degli altri. Invano la loro vita mette in mostra talenti, virtù, grazia: ad essi la Società riserva uno speciale anatema, e li accusa delle menomazioni che la sua persecuzione ha provocato loro. […] Esiste dunque una Provvidenza diabolica che prepara la sventura sin dalla culla, che getta in modo premeditato nature spirituali e angeliche in ambienti ostili, come i martiri nei circhi? Ci sono dunque anime consacrate, votate all’altare, condannate a marciare verso la morte e verso la gloria attraverso le loro proprie rovine? L’incubo di Ténèbres assedierà eternamente queste anime elette? Invano si dibattono, invano si conformano al mondo, alle sue previdenze, alle sue astuzie; perfezioneranno la prudenza, tapperanno ogni uscita, imbottiranno le finestre contro i proiettili del caso; ma il Diavolo entrerà dalla serratura; una perfezione sarà il difetto della loro corazza, e una qualità superlativa il germe della loro dannazione»[3].

I restanti racconti orbitano intorno a questi macro-temi, pertanto (anche per non dilungarmi eccessivamente) chiudo l’esposizione contenutistica del volume ricordandovi che sono presenti anche quattro racconti, gli unici inediti, prelevati dall’antologia Crudeltà (La Sfinge, 1927), considerata una versione riveduta de I topi del cimitero del quale contiene le medesime illustrazioni e gli stessi racconti (seppure cinque rielaborati e due omessi). L’edizione Cliquot ha deciso di includere nella sezione dedicata a Crudeltà le quattro storie inedite, riservando alla variante Deluxe quelle rielaborate con l’aggiunta di alcune valutazioni della critica dell’epoca. Tra queste spicca a mio avviso la voce del critico Di Roccanera, secondo il quale «Carlo H. De’ Medici pensa, medita ed esprime cose arcane e nuove, improntate quasi sempre a verità crudeli, così come ogni essere le sente nell’intimo segreto della ribellione spirituale […]; ed escogita situazioni misteriose, magnetiche, fosforescenti, lasciando all’attimo fuggente il consenso del condono, quando anche la logica stridente contrasti col pudore, cautamente ricoperto d’un peplo di castigata impenetrabilità» (p. 170).

Il volume si chiude con un tentativo di bibliografia su De’ Medici, rassegna davvero accattivante considerando la rarità dei suoi libri e la mancata realizzazione di alcuni, pur essendo stati pubblicizzati per gioco metaletterario o per propositi mai concretizzati.

Cosa aggiungere, se non invitarvi all’acquisto di questo nuovo scrigno di morbosità decadenti. Supportiamo l’editore Cliquot, cosicché potremo continuare a godere in futuro di nuove reliquie di inestimabile valore.

 

 

 

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[1] S. Brugnolo, L’impossibile alchimia, Schena, Fasano 1997, p. 39.

[2] Ibidem, p. 53.

[3] C. Baudelaire, Edgar Poe, la vita e le opere, in E.A. Poe, Racconti del terrore, Barbera, Siena 2007, p. VI.


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