Editore: La Torre

Data di pubblicazione: Maggio 2018

Collana: Oriente

Pagine: 208

Formato: Copertina morbida

Prezzo di copertina: 18,50 €

Ebook: /

 

 

 


Il Giappone, nonostante il radicato tradizionalismo, da diverso tempo si è rivelato un ricettacolo di mode estere che spesso vengono poi riattualizzate nelle stravaganti attrattive che spopolano sul mercato del Sol Levante. Pensiamo, rimanendo in ambito orrorifico, al fenomeno moe, dove i mostri subiscono una infantilizzazione estetica che li regredisce allo stato di teneri pupazzetti. Diffusissimo è anche il tentacle rape che prevede scene in cui procaci ragazze, consenzienti o meno, vengono violate da orripilanti creature. Il genere risale al tardo Ottocento, ma è solo negli anni Ottanta che acquista notorietà in risposta alle rigide norme in fatto di espressività sessuale nella pubblica comunicazione.

A parte tali stramberie, resta il fatto che la cultura giapponese preserva un’antichissima tradizione folclorica permeata di orrido e grottesco. La stessa mitologia pullula di culti aberranti, profanazioni carnali a opera di esseri abominevoli e nefaste divinità del caos e della distruzione. Tutte caratteristiche che, ai fini del nostro discorso, hanno facilitato l’assimilazione di un altro pantheon, peraltro compatibile a livello iconografico, seppur proveniente da un contesto culturale totalmente diverso. Mi riferisco ai Grandi Antichi partoriti dal genio di Lovecraft, le cui storie sono ormai diventate di interesse globale.

Il libro di cui vi parlo, intitolato Lovecraft e il Giappone, edito da La Torre Editrice e curato da Gianluca Di Fratta, esplora proprio questa ibridazione culturale e come essa si sia fatta largo fino a spopolare in un fenomeno di massa.

E’ stato Ranpo Edogawa, considerato in patria il padre del romanzo poliziesco, a importare Lovecraft in Giappone. Il colpo di fulmine è scoccato durante la lettura di The Dunwich Horror and Other Weird Tales (1945), all’epoca un’edizione esclusiva per le Forze Armate statunitensi a scopo ricreativo. E’ quindi probabile che Edogawa se la sia accaparrata nel corso dell’occupazione giapponese ad opera delle truppe americane. Fatto sta che alcuni di quei racconti sono stati poi inseriti nella rivista The Jewel, diretta dallo stesso Edogawa per quasi venti anni (1946-1964) e focalizzata sulla narrativa fantastica occidentale. The Jewel ha infatti ospitato, oltre a Lovecraft, anche Arthur Machen, Sheridan Le Fanu, Algernon Blackwood, e tanti altri. Edogawa ha quindi fatto da apripista a tutta una serie di studi sul fantastico europeo e americano che, a partire dalla fine degli anni Settanta, hanno proposto edizioni sempre più curate in termini di contributi critici e filologici.

E’ del 1976 la prima raccolta organica dei Miti di Cthulhu dal titolo Kuritoruritoru shinwashu (Raccolta dei Miti di Cthulhu), redatta dallo scrittore e critico Hiroshi Aramata.  E’ anche grazie al suo contributo se negli anni ’80 il fenomeno Lovecraft si è diramato con maggiore entusiasmo nell’immaginario popolare nipponico. Un altro tassello fondamentale è stata la raccolta completa in dieci volumi dell’opera di Lovecraft (1984-1988), curata da Shiro Nachi e Sadao Miyakabe sulla base della critica letteraria di S.T. Joshi.

Il proliferare di questa narrativa ha spronato molti autori locali ad apportare il loro contributo al ciclo dei miti lovecraftiani, e non solo. In pochi anni aumentano esponenzialmente le produzioni con chiari rimandi al gentiluomo di Providence, sebbene in molti casi l’incauto senso della misura giapponese abbia sacrificato lo spirito intrinseco dell’opera originale. Pensiamo ad esempio al monumentale ciclo Makai suidoken di Kaoru Kurimoto (venti volumi pubblicati dal 1981 al 1991) che vede impegnati mostri della tradizione giapponese, divinità aliene e umani in uno scontro immane per la sopravvivenza.

Altri autori hanno attinto con più criterio alla fonte lovecraftiana, come il celebre Haruki Murakami, autentico estimatore di Lovecraft, nel suo best seller 1Q84.

La crescente attenzione del pubblico giapponese e degli ambienti intellettuali verso il Sognatore di Providence ha dato il via a un marketing sfrenato che ancora oggi coinvolge manga, giochi di ruolo (a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta con Il Richiamo di Cthulhu), artbook, videogames, anime e merchandising di ogni tipo.

Per quanto riguarda il cinema giapponese i richiami a Lovecraft sono spesso meno netti, e in svariati casi puramente allusivi. Inoltre l’industria cinematografica nipponica non è paragonabile a quella europea o americana, nonostante si registri un notevole incremento a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. Tuttavia è possibile identificare alcuni esempi molto interessanti.

Il cosiddetto J-Horror è un genere tipicamente nipponico nato nei primi anni Novanta e rivolto al solo mercato televisivo e home video. E’ contraddistinto da incursioni soprannaturali, con richiami al folklore popolare, legati soprattutto a fenomeni di poltergesit, la cui progressiva intromissione nel quotidiano getta i protagonisti in una spirale angosciante che ripercorre itinerari tipici dello psychological horror.

Al J-Horror appartiene il film televisivo Insumasu wo ou kage (“L’ombra su Insumasu”, 1992), diretto da Chiaki J. Konaka che ha operato un riadattamento del racconto La maschera di Innsmouth. Pur avendo a disposizione un budget risicato, Konaka ha reso godibile l’andamento della trama che, con un immersivo impiego di luci, suoni e inquadrature, tende a un graduale disvelamento dell’orrore fino all’indicibile scoperta finale.

Altra pellicola degna di nota è Marebito (2004), diretta da Takashi Shimizu e sceneggiata sempre da Chiaki J. Konaka. Il protagonista è un cameramen freelance rimasto folgorato da un video in tv che inquadra gli occhi di un suicida attanagliati da un terrore assoluto. Da quel momento si mette in viaggio nei sotterranei di Tokyo alla ricerca del vero terrore, finendo coinvolto in un’esperienza allucinata che rivela un antichissimo quanto mostruoso segreto celato nel ventre oscuro della città. Gli echi lovecraftiani del film si colgono anche nell’ossessiva ricerca di conoscenze perdute che finiscono per alienare il protagonista nella propria follia.

«Se il passato, in Lovecraft, era stigmatizzato dalle figure degli Antichi, nel caso del J-Horror esso è spesso […] sinonimo di un rimosso che emerge nuovamente a galla, […] suscitando nei personaggi e nello spettatore quello stesso malessere esistenziale che emergeva dai racconti di Lovecraft: quel senso di impotenza nei confronti di qualcosa di preesistente che giunge “dagli eoni” ed è destinato a protrarsi per un tempo inimmaginabile; qualcosa che nelle opere di Lovecraft era “cosmico” e qui invece “pandemico”, ma ugualmente incombente, immanente, indifferente» (Calorio).

In fatto di anime invece l’ingerenza delle tematiche lovecraftiane è meno palese. Si riscontra più che altro una ripresa delle suggestioni estetiche di Lovecraft, più che rimandi filologici.

Per quanto riguarda invece i manga, il primo a trattare argomenti lovecraftiani è stato Chitei no ashioto (“Passi dal sottosuolo”, 1962) di Shigeru Mizuki, fumettista già affermato nel campo dell’horror, che in quest’opera rivisita L’orrore di Dunwich traslandolo in un’ambientazione tipicamente orientale.

Invece il primo adattamento in un manga di una storia di Lovecraft lo troviamo in The Outsider (2007), un’antologia fumettistica di Gou Tanabe in cui sono riprodotti alcuni racconti occidentali del fantastico. E’ proprio il lovecraftiano L’estraneo a dare il nome all’albo e ad aprire la raccolta. Tanabe è sempre molto attento ai dettagli, resi con uno stile quasi fotografico e volti a innescare un’atmosfera macabra e claustrofobica. A tal proposito vi consiglio di recuperare Il Tempio (Edizioni Npe, 2017).

Svariati sono anche i rimandi, seppure soltanto deducibili, al bestiario lovecraftiano. Tra i manga più famosi basti citare Berserk (1988) di Kentaro Miura, Bastard!! (1988) di Kazushi Hagiwara e il tecnorganico Blame (1997) di Tsutomu Nihei.

In sostanza Lovecraft e il Giappone colma un altro, importante vuoto negli studi italiani sul maestro di Providence e lo fa con notevole esaustività e professionalità. Il testo è infatti una miscellanea di saggi incentrati sulle varie declinazioni del fenomeno Lovecraft nell’immaginario popolare giapponese, delle quali vengono ripercorsi l’avvento e lo sviluppo culturale. Sono tantissime le curiosità che emergono da questa appagante lettura, considerando che molte delle produzioni nipponiche citate sono note anche in Italia.

Qualora vogliate approfondire l’apporto – privo di esuberanze demenziali – degli autori nipponici all’universo narrativo dei Miti di Cthulhu, a patto che abbiate dimestichezza con l’inglese, vi consiglio la quadrilogia Lairs of the Hidden Gods (2005-2007) curata da Robert M. Price.

Concludo rinnovando i complimenti all’editore per l’originale e valida proposta, meritevole di essere conservata e consultata in quanto studio ineccepibile “sulle forme di compromissione” tra due mondi culturali tanto lontani eppure altrettanto compatibili.

Konnichiwa cultisti!


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