Editore: Cliquot

Data di pubblicazione: Dicembre 2018

Collana: Fantastica

Pagine: 240

Formato: Copertina rigida

Prezzo di copertina: 50 € (Edizione deluxe)

Ebook: 6,99 €

 

 

 


Cala il crepuscolo sul Bel Paese. I soleggiati panorami si vestono a lutto sotto un sudario di ombre. Le campane dei quieti borghi rintoccano funeree chiamando a raccolta i fantasmi rurali, e la dolce atmosfera sonnachiosa muta in sinistra desolazione. Nelle città invece, solitamente brulicanti di gioiosa vitalità, inizia a sgretolarsi la facciata da “dolce vita”, e tra le crepe si intravede l’orrendo degrado che sta risucchiando la civiltà, un crescendo di anime sbandate che inneggiano ai miti metropolitani del Caos.

È curioso notare come fino alla metà del XX secolo pochissimi autori nostrani si siano interessati al lato oscuro dell’Italia, che francamente non ha nulla da invidiare alle perturbanti atmosfere degli Stati del Nord Europa o del Nuovo Mondo. Tant’è vero che i narratori stranieri, soprattutto nel periodo aureo del gotico, hanno sovente prediletto il contesto italiano per ambientarvi le loro storie del terrore. C’è da considerare che la loro sensibilità artistica aveva già maturato inclinazioni al terrifico, a differenza della cultura italiana addomesticata dalla morale cattolica e ancorata all’estetica neoclassica.

Eppure sono queste due peculiarità a infatuare l’animo romantico del turista del XVIII e XIX secolo. Se da un lato infatti, sotto l’egida della Chiesa si riscopre un ricco patrimonio di superstizioni pagane ancora vivido, dall’altro si assiste al fiorire dell’archeologia classica avviata nel 1764 proprio in Italia da Johann Joachim Winckelmann, il cui Storia dell’arte nell’antichità ridefinisce lo spirito antiquario dell’epoca. Nello stesso anno Horace Walpole pubblica Il castello di Otranto, traslocando nella penisola le lugubri e soprannaturali atmosfere che fino a quel momento contraddistinguevano gli scenari del Nord Europa. L’apporto dei due autori, complice il successo raggiunto, ha alterato indelebilmente l’immaginario mediterraneo, quello italiano in particolare, soppiantandone la solare vivacità con tenebrosi e selvaggi scorci intrisi di soprannaturale. Il connubio tra perturbante e archeologia classica ridesta l’ancestrale suggestione per l’antico ridotto in rovina o ripescato dai profondi recessi del sottosuolo (associati archetipicamente alla dimensione infera). In entrambi i casi la bellezza dei fasti passati è andata perduta per sempre. L’armonica perfezione tanto cara ai neoclassici si rivela irrimediabilmente deturpata, trasfigurata in una funerea manifestazione di irrevocabilità che strania e atterrisce. L’animo romantico degli intellettuali del Grand Tour ne rimane stregato a tal punto da ispirare un sottogenere apposito, il cosiddetto gotico mediterraneo che ha contraddistinto diversi best seller dell’epoca. Pensiamo, oltre a Horace Walpole, ai romanzi di Ann Radcliffe, Nathaniel Hawthorne, Gustaw Herling, ai racconti di Francis M. Crawford, Henry James, e l’elenco potrebbe continuare ancora per molto.

Ora, per quanto interessante, sviluppare a dovere l’argomento mi costringerebbe a dilungarmi troppo e a finire fuori traccia. Vi aggiungo soltanto un’altra tematica ricorrente che consiste nell’inquietante vitalità dell’inanimato. Arazzi, dipinti, armature, burattini, automi e statue prendono vita, esaltando il feticcio per l’oggetto incantatorio particolarmente in voga nel Decadentismo. Il tema viene spesso chiamato in causa anche dalla letteratura esoterica tramite il golem cabalistico e l’homunculus alchemico.

Questo preambolo ci riconduce al romanzo Gomòria di Carlo Hakim De’ Medici, nel quale convergono l’esoterismo e tutti gli elementi rilevati del gotico cosiddetto mediterraneo.

Dell’autore si hanno poche notizie. È nato a Parigi il 29 agosto 1887 e ha dedicato gran parte della sua vita allo studio dell’occultismo, avvalendosi di esperienze personali negli ambienti esoterici tra cui l’Ordine dei Rosacroce. Il suo esordio letterario risale al 1909, anno in cui pubblica a proprie spese le novelle Macchie. Seguono alcuni saggi sulla magia e l’occulto fino ad arrivare, nel 1921, alla pubblicazione per l’editore milanese Facchi di Gomòria, il suo primo romanzo di cui ha curato anche le illustrazioni, operazione che ha replicato con un altro romanzo intitolato Nirvana (1925) e con la successiva raccolta Crudeltà. Racconti strani (1926).

Ma vediamo di addentrarci nei meandri di questo Gomòria. Il protagonista è Gaetano Trevi, ultimo rampollo della nobile famiglia dei Trevi di Montegufo, marchesi della Malanotte ubicata nella Maremma. Il casato vanta una dinastia di portentosi guerrieri, tutti pomposamente ritratti sulle tele che tappezzano il palazzo di Borgo Vecchio nel napoletano, momentanea dimora di Gaetano. Seguendo la genealogia attraverso i dipinti risalta la progressiva decadenza di virilità che ha colpito i discendenti, gli ultimi dei quali sono l’emblema dell’effemminatezza e della fragilità.  

Gaetano ovviamente non è esente da tale involuzione, da cui ha ereditato un fisico gracile e una salute cagionevole. Egli è solito trascorrere la sua apatica esistenza alla strenua ricerca di eccessi che gli facciano ribollire il sangue, come i voluttuosi siparietti, con tanto di travestimenti e scenografia a tema, durante i quali la domestica Simona e la prostituta Matelda esaudiscono le sue deviate perversioni. Ma l’appagamento è solo temporaneo, e ben presto Gaetano si rituffa nella febbrile ricerca di una nuova stravaganza. Lo spleen in cui versa colpevolmente alimenta la «grettezza in tutte le sue manifestazioni: infatti la passione smodata per l’accumulo finisce per corrodere ogni relazione, non lasciando spazio per nessun rapporto autenticamente umano. Simbolo di questa rovinosa avarizia, il cui inevitabile risultato è il misantropico allontanamento dal consorzio umano»1.

Gaetano trae il maggior compiacimento dall’intima contemplazione degli oggetti d’arte che adornano la sua lussuosa residenza.

«Gaetano Trevi passava ogni sera davanti alle sue statue contemplandole devotamente e accarezzando, con religioso rispetto, una spalla, un ginocchio affusolato, un torso radioso, una mano minuta, e a quella carezza fredda provava un intenso piacere che amava prolungare fino a intiepidire la pietra al suo stesso calore»

Qui, come altrove nella trama, viene chiamato in causa il mito pigmalionico2 tipico del gotico mediterraneo, improntato sul feticcio per le antiche statue e la loro potenziale investitura soprannaturale che le rende enigmatiche, dunque inquietanti. Tra le sculture della sua collezione privata Gaetano ha una predilezione per Anthea, collocata in un’alcova dove una luce rosata le vivifica il nudo e sinuoso corpo d’avorio. La perturbanza del reperto deriva da un’antica leggenda indiana secondo cui la statua, manifestata la propria natura soprannaturale, scatena una drammatica serie di eventi che si concludono in tragedia. Lo stesso Gaetano, alle prese con un’altra statua prodigiosa raffigurante il demone Gomòria, dopo averne subito i malefici influssi e essersela ritrovata davanti al culmine di una fuga forsennata, sviene atterrito dalla visione insostenibile.

Qualche informazione in più su questo satanasso ce la dà il trattato Pseudomonarchia Dæmonum, scritto nel 1563 dal mago e demonografo Giovanni Wierus di Bramante:

«Forte e possente duca del terzo inferno che appare sempre sotto il sembiante di una donna. Invocandolo nelle ore di sconforto e miseria, risponde facilmente alla congiurazione, aiutando i disperati nella ricerca di tesori nascosti e insegnando la formula che fa vincere a tutti i giuochi»

Tale demone è strettamente connesso con una zingara di nome Zimzerla, incontrata per caso da Gaetano che, sapendola orfana e denutrita, le offre ospitalità. Anche stavolta il gesto magnanimo del rampollo cela mire depravate, confermate dall’intento di affidarla all’esperta Matelda per istruirla sulle pratiche sessuali. Poco tempo dopo Zimzerla sparisce senza lasciare tracce, ma si rifarà viva in seguito, stravolgendo ulteriormente la vita già deplorevole di Gaetano, il quale si troverà suo malgrado a ripercorrere le orme del Faust goethiano: scongiurare l’inferno a cui ha votato la propria anima pur di vincere il Fato avverso, per poi, nell’istante che precede la definitiva perdizione, riconoscere la supremazia della Luce invocandone la redenzione celeste.

Nel processo di conversione alle tenebre, proprio come accaduto a Faust, per Gaetano è stata decisiva – oltre al subdolo supporto di Zimzerla – la consultazione dei volumi esoterici rispolverati nel diroccato maniero di Malanotte. Tra di essi ve n’è uno in particolare, uno pseudobiblion precursore del Necronomicon: il Sathan, rilegato in pelle di bambino non battesimato e stilato dall’astrologo Cosimo Ruggeri.

Tra le righe della trama ho colto una relazione speculare tra ambiente e personaggi, secondo la quale l’uno riflette le caratteristiche degli altri, offrendo uno scambio simbolico di qualificazioni tra micro e macrocosmo teso a rafforzare l’unità organica dell’opera. Ad esempio, a livello microcosmico il palazzo in rovina di Malanotte e la collezione di testi satanici connotano il tracollo fisico ed emotivo di Gaetano Trevi, oltre che della sua dinastia, lasciato a consumarsi in balia di infernali esperienze autodistruttive. Sul piano macrocosmico ciò rispecchia il generale decadimento socioculturale orientato al feticismo materialistico e all’involgarimento dei costumi, denunciati dall’autore in quanto malefiche ed usuranti tentazioni della modernità.

Questo squallido ritratto sociale non risparmia nemmeno le figure femminili. In linea con i canoni della femme fatale che le vuole incapaci di atteggiamenti virtuosi, esse incarnano la voluptas sensuale che le rende costantemente soggette a selvagge pulsioni, degenerate prevaricatrici nei riguardi del prossimo. Simona e Matelda rispecchiano la piega triviale imboccata dalla cultura di massa, mentre Zimzerla e Anthea incarnano la faciloneria alla superstizione e la conseguente deriva intellettuale.

A partire da una condizione tanto infima, funzionale a una «rigenerazione alchemica dell’organismo», emerge la natura iniziatica ed esoterica del romanzo, «con l’autore che, distillando conoscenze segrete e pratiche magiche, presenta il suo Mistero nella speranza di esercitare sui lettori una speciale rivelazione»3. Un tale disvelamento non può che avvenire al termine di un viaggio interiore in cui è necessario misurarsi con i demoni ancestrali del proprio Io, la cui funzione archetipica li rende universalmente condivisibili attraverso i topos letterari del gotico. Se ne deduce che il percorso di Gaetano Trevi – nonché avatar dell’autore – funge da monito e ispirazione per tutti coloro che intendono addentrarsi in occulti labirinti presidiati dai Minotauri dell’inconscio, per poi fuoriuscirne finalmente consapevoli di se stessi.

Non si può concludere l’articolo senza menzionare l’editore Cliquot, a cui va il merito di aver rinverdito quest’opera nera che altrimenti sarebbe rimasta ingiustamente nel dimenticatoio (un po’ come ha fatto l’editore Frassinelli per Le venti giornate di Torino, altro romanzo esoterico improntato sul terrifico mito pigmalionico. Ne ho scritto QUI). Altrettanto encomiabile è la cura nel confezionare un libro piacevole anche da sfogliare, soprattutto l’edizione rilegata, arricchito dalle illustrazioni originali dell’autore inclusa la copertina. In sostanza, ai cultori del fantastico consiglio vivamente la lettura di Gomòria, i cui temi oscuri, la prosa elegante e minuziosa, a tratti poetica, e la struttura esoterica mi hanno restituito la sensazione di avere tra le mani un pregiato pezzo di antiquariato che non finirà mai di affascinare per i molteplici livelli di lettura che riserva.

Non resta che pazientare fiduciosi finché altri tesori nascosti tornino a risplendere, proprio come è avvenuto con Gomòria.

 

 

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  1. P. Di Meglio su La poltrona del diavolo di Francesco Mastriani, Imagaenaria 2005.
  2. Il mito di Pigmalione è narrato da Ovidio nel libro X delle Metamorfosi (vv. 243-297). Stanco di cercare una donna che faccia per lui, l’abile scultore Pigmalione se la crea da solo sotto forma di statua e finisce per innamorarsene. Supplica quindi la dea Venere di infonderle la vita e viene accontentato, ritrovandosi accanto non più una scultura d’avorio ma la compagna dei suoi sogni in carne e ossa. 
  3. G. A. Pautasso, Il mistero iniziatico di Gomòria, postfazione al romanzo.

Non si può concludere senza menzionare l’editore Cliquot, a cui va il merito di aver rinverdito quest’opera nera che altrimenti sarebbe rimasta ingiustamente nel dimenticatoio (un po’ come ha fatto l’editore Frassinelli per Le venti giornate di Torino, altro romanzo esoterico improntato sul terrifico mito pigmalionico. Ne ho scritto QUI). Altrettanto encomiabile è la cura nel confezionare un libro piacevole anche da sfogliare, soprattutto l’edizione rilegata, arricchito dalle illustrazioni originali dell’autore inclusa la copertina. In sostanza, ai cultori del fantastico consiglio vivamente la lettura di Gomòria, i cui temi oscuri, la prosa elegante e puntigliosa, finanche poetica a tratti, e la struttura esoterica, mi hanno restituito la sensazione di avere tra le mani un pregiato pezzo di antiquariato che non finirà mai di affascinare per i molteplici livelli di lettura che riserva.

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