Editore: Hypnos

Collana: Novecento Fantastico

Data di pubblicazione: Febbraio 2020

Pagine: 246 

Formato: Copertina flessibile

Prezzo di copertina: 16,90 € 

Ebook: /

 

 

 

 


Lo statunitense Roger Joseph Zelazny (1937-1995) non ha certo bisogno di presentazioni tra gli appassionati del fantastico. Le sue opere gli hanno fruttato tre Nebula e sei Hugo, premi ai quali è stato nominato per ben 28 volte in tutta la carriera, senza contare le collaborazioni con altre celebrità del fantasy e della science fiction come Philip K. Dick in Deus Irae (1976), Robert Sheckley nella trilogia The Millennial Contest (1991-1995), Fred Saberhagen in Coils (1982) e The Black Throne (1990), tanto per rendere l’idea. Personalmente l’ho apprezzato molto anche nel Ciclo di Corwin, che insieme al Ciclo di Merlino vanno a comporre il pirotecnico affresco delle Cronache di Ambra (1970-1991).

Notte d’ottobre (A Night in a Lonesome October[1], 1993) è l’ultimo romanzo scritto da Zelazny prima di morire di cancro nel 1995 e, curiosamente, diventa il primo della collana “Novecento Fantastico” inaugurata dall’editore Hypnos.

Altro aspetto curioso è il motivo scatenante di questo libro. Si dice infatti che sia partito tutto da una scommessa sull’impossibilità di invogliare i lettori a tifare per Jack lo Squartatore, mentre Zelazny era convinto di poter dimostrare il contrario. Pertanto egli prende il più famoso serial killer della storia, ne leviga le sfaccettature più turpi cristallizzate dalla tradizione e lo colloca in mezzo a dei soggetti ben più loschi e violenti. In aggiunta gli affianca un fedele cane di nome Snuff, la cui premura nel salvaguardare l’affezionato padrone non può che deporre a favore di quest’ultimo.

Snuff non è un cane qualunque. Discorre liberamente con gli altri animali e, per un’ora sola a partire da mezzanotte, può farlo persino con gli umani. La sua mansione, svolta alla stregua di un indagatore meticoloso, consiste nello stanare le pedine coinvolte nel Gioco annotandone le relazioni e gli spostamenti, in modo da definire lo schieramento di ognuna e localizzare il luogo dello scontro decisivo. Il lettore percorre il dipanarsi della vicenda seguendo proprio il suo punto di vista. È chiaro che per Jack e Snuff non sarà facile destreggiarsi in questa rete di nemici altamente pericolosi. Ciascun concorrente del Gioco ricorrerà a sotterfugi, tiri mancini e compravendite di informazioni, oltre che di strumenti magici, pur di aggiudicarsi lo scontro finale. Prima di quel momento tutto aleggia nella vaghezza, giacché ogni sfidante può benissimo dichiarare il falso al fine di depistare la concorrenza, se non addirittura accopparla, e garantirsi così un vantaggio decisivo.

Il Gioco è un’acerrima sfida che tiene in bilico le sorti del mondo intero. Si disputa ogni dieci anni durante la notte di Ognissanti, quando particolari congiunzioni ancestrali propiziano l’apertura di un varco dimensionale permettendo l’avvento dei Grandi Antichi. A quel punto le fazioni in lotta escono allo scoperto dichiarandosi apriporta, se interessate a schiudere il portale, oppure chiudiporta se intenzionate a preservarne la sigillatura. Terminata l’adunanza, i vincitori lasciano il campo liberamente, mentre gli sconfitti subiscono il supplizio delle forze cosmiche che imperversano nella sfida.

Insieme a Jack lo Squartatore calcano la scena altri personaggi appartenenti a quella fucina di miti metropolitani che è stata l’epoca Vittoriana. Pensiamo allo sfuggente Conte (Dracula) che ha per famiglio il pipistrello Needle, al Buon Dottore (Victor Frankenstein) e al suo topo Bubo, o al Grande Detective (Sherlock Holmes) fiancheggiato da un assistente zoppo, ovviamente il Dottor Watson. Altrettanto pittoresco è il folle monaco Rostov, possessore dell’Icona di Alhazred, i cui deliri mentali lo sospingono a visionare i panorami alieni di Carcosa; per non parlare di Larry Talbot, l’uomo lupo che si rifà al protagonista dei film culto della Universal usciti dal 1935 al 1948.

A giudicare dall’ambientazione londinese, calata in un Ottocento suggestionato dalla superstizione e dalla martellante cronaca nera, non sembra azzardato rintracciare una fonte ispiratrice in quel periodo di crimini irrisolti che ha gettato la cittadinanza nello sconcerto assoluto. Mi riferisco ai famigerati delitti del Torso del Tamigi iniziati nel 1887 che hanno tenuto in scacco le forze dell’ordine per ben due anni. La stampa non ha perso occasione per specularvi sopra[2], spingendosi a suggerire un collegamento con Jack lo Squartatore. Le prove raccolte dagli inquirenti dimostravano tutt’altro, eppure la persistente irrisolvibilità di quegli strani accadimenti ha disseminato il panico e le congetture più fantasiose tra l’opinione pubblica, già provata da altri episodi simili sui quali la polizia continuava a brancolare nel buio. Pensiamo ad esempio ai peculiar leaping men (“curiosi uomini che saltano”), violenti e inafferrabili, segnalati dalla stampa londinese di inizio Ottocento e successivamente confluiti nel mito di Jack Tacchi a Molla, una figura robusta con mantello e letali artigli di metallo, gli occhi incandescenti e il volto demoniaco sormontato da corna. Dopo la metà degli anni Cinquanta i suoi assalti, sempre impuniti, lo hanno proiettato a un livello di terrore tale da associarlo, stando ad alcune congetture, al cruento Jack lo Squartatore.

Sono tutti spauracchi fomentati da isterie collettive, successivamente assurti a miti metropolitani opportunamente adottati dai canali di intrattenimento popolare, sempre pronti a soddisfare i gusti del pubblico mai pago di macabro sensazionalismo. Una simile temperie si è dimostrata una fucina inarrestabile di icone dell’immaginario, a partire dalle quali sono proliferate una miriade di riproposizioni e riscritture. Basti solo pensare a Jack Tacchi a Molla, che può vantare tra i suoi epigoni Dick Turpin, Sweeney Tood, Jack lo Squartatore e Varney il Vampiro, tutti accalcati sulle pagine dei Penny Dreadful.

È da questo carrozzone vittoriano che ha attinto Roger Zelazny per stilare gran parte del cast di Notte d’ottobre. Ma c’è dell’altro, un ulteriore bacino di atterrenti suggestioni dalla portata, se vogliamo, più cosmica: le terribili divinità aliene concepite da Howard Phillips Lovecraft. Zelazny ci conduce nelle Dreamlands attraversate in sogno da Randolph Carter, e ci proietta verso possibili scenari apocalittici qualora i Grandi Antichi dovessero ottenere il lasciapassare al termine del Gioco.

«”…Nyarlathotep” leggeva “viene saltando per i monti, balzando per le colline. Egli somiglia a una capra dalle mille zampe, ed egli sta dietro il nostro muro, guardando dalla finestra, spia dalle inferriate, con le corna che lo incoronano di gloria”»

Badate bene, nel romanzo non troverete un piatto revival gotico, né tantomeno il soverchiante nichilismo dei Miti di Cthulhu. Zelazny è un esperto croupier che sa mischiare bene le carte, scegliendo con cura dal mazzo quelle funzionali a intavolare una partita appassionante, ben lontana da un banale scimmiottamento dei precursori a cui si ispira. Il risultato è un riuscito crossover di miti vittoriani e lovecraftiani, incasellati lungo una trama di smaliziata scorrevolezza capace di intrattenere fino all’ultima pagina. A dettare il ritmo narrativo sono soprattutto i dialoghi, sagaci e concisi, che scandiscono una sequela di botta e risposta condita di arguto sarcasmo. Aspetto che mi ha ricordato la piacevole quadrilogia di Bartimeus scritta da Jonathan Stroud (che consiglio di leggere), dove, oltre ai toni sornioni e ironici, ricorrono i famigli soprannaturali che fungono da guardaspalle ai propri evocatori, risucchiati in avventure rocambolesche per le strade di una Londra alternativa del passato.

Arrivato a questo punto non resta che unirmi alle parole di Andrea Vaccaro, il quale nella postfazione a Notte d’ottobre ricorda che il «romanzo fu candidato al premio Nebula del 1994, e lo stesso Zelazny lo considerava tra le sue cinque migliori opere in assoluto, e noi non possiamo che concordare con lui»[3].

 

 

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[1] Il titolo originale omaggia la poesia Ulalume (1847) di Edgar Allan Poe: «It was night in the lonesome October / Of my most immemorial year…».

[2] Tanto per rendere l’idea dell’agghiacciante clima di terrore instillato dalla stampa, riporto alcune righe apparse sul giornale londinese The Star l’8 settembre 1888: «Una canaglia senza nome – metà bestia, metà uomo – è in libertà … la creatura demoniaca che divora i cadaveri e che si aggira per le strade di Londra è semplicemente ubriaca di sangue, e ne vuole di più» (fonte: https://red-jack.blogspot.com/2015/09/una-bestia-assetata-di-sangue.html).

[3] A. Vaccaro, in R. Zelazny, Notte d’ottobre, Hypnos, 2020, p. 243.


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