Editore: Il Ciliegio

Collana: Pegaso

Data di pubblicazione: Agosto 2019

Pagine: 207

Formato: Copertina flessibile

Prezzo di copertina: 13 € 

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La carne non può nulla contro i figli di Herakles, tantomeno il tenero bronzo delle vostre armi. Stanotte le vostre teste adorneranno l’altare del nostro divino progenitore, mentre i vostri cuori bruceranno in olocausto!

 

La tradizione narra che dal vigoroso seme di Eracle, congiuntosi sia con Deianira sia con le figlie di re Tespio, sia discesa una prole numerosissima che dopo la morte del padre si è ritrovata dispersa in patria e perseguitata da Eristeo, infine sconfitto e ucciso. Ma le peripezie degli Eraclidi sono tutt’altro che concluse, e solo al “terzo frutto” – inteso come terza generazione – profetizzato dall’oracolo di Delfi essi riescono a stanziarsi definitivamente nel Peloponneso spartendoselo nei distretti di Argo, Messene e Lacedemone.

A questo mito, raccontato anche da Apollodoro e inscenato da Euripide, si ispira Andrea Gualchierotti per il suo nuovo romanzo La stirpe di Herakles, pubblicato da Il Ciliegio. Come di consueto, anche questa tappa bibliografica dell’autore plasma la materia dei miti primordiali fondendola con la tradizionale Fantasia Eroica. L’ultima volta, ne L’Era del Serpente, Gualchierotti ci aveva deliziato con una remota ma evoluta civiltà rettiliforme ormai al tramonto (recensito QUI). Adesso, pur rimanendo in un’epoca lontana persa tra i fumi della leggenda, seguiamo le vicende di Arethes, reggente al trono di Cencrea, in Argolide. Il padre Amphiloco, amico del re Agamennone, è caduto nella decennale guerra di Troia, esponendo il trono alle macchinazioni dei subdoli pretendenti, su tutti il nobile Archidamo. Questi, con l’aiuto di alcuni complici, riesce a usurpare il sovrano e far condannare a morte Arehtes. La sentenza del legittimo re di Cencrea non trova però compimento poiché il misterioso Elteo, altro reduce della guerra troiana, lo libera dalla prigionia e insieme predispongono una vendetta atroce.

Nel frattempo l’impostore Archidamo si addentra nei sotterranei del palazzo dove giacciono le vestigia dei leggendari Eraclidi, intento a carpire i segreti dei loro invincibili equipaggiamenti e allestire così un esercito inarrestabile, vantando magari tra le sue fila proprio quella mitica stirpe richiamandola dall’Oltretomba.

Gualchierotti si incanala nella fosca tradizione dei nóstoi, quelle vicende tragiche o comunque travagliate che hanno coinvolto gli eroi di ritorno dalla guerra di Troia. Per ciascuno di essi – calzano a pennello le parole dell’autore – «la riconquista del trono avito era sempre stata una luttuosa avventura macchiata di sangue, ma le sue radici mostravano ormai di essere avvinte nel terreno sinistro e mortifero del soprannaturale, e nessun umano rimaneva indenne dal tocco di un simile fato».

Nel romanzo ad esempio assistiamo alla maledizione abbattutasi sulla casa di Agamennone, e come essa abbia infettato anche coloro che orbitano strettamente intorno al re di Micene. Pertanto Elteo, suo scudiero, compie letteralmente un’Odissea per tornare in patria e, come Ulisse, non trova pace nemmeno approdato sul suolo natio, dove la fatale Clitemnestra, mai parca di sangue, è pronta a scagliare la sua indole omicida anche su di lui. Solo lo spettro sfigurato di Agamennone lo salva allertandolo per tempo. Per Elteo non vi è pace: il suo infausto destino lo costringe ancora lontano da casa.

Altro tema iconico del mito riutilizzato da Gualchierotti concerne la Follia Sacra, quel temperamento atrabiliare (ovvero la bile nera, il sangue invecchiato da purificare corrispondente a livello macrocosmico all’elemento terra dal quale elevarsi) che pervade solitamente gli eroi. Ne sono un esempio Gilgamesh, Herakles e più idealisticamente Parsifal e Tristano. L’antropologo Doriano Modenini suggerisce che tale follia si innesca nel momento in cui l’eroe entra in contatto con il Divino oltrepassando la dimensione del suo Mondo di Mezzo per inoltrarsi in quello Superiore o Inferiore. È quanto succede a Arethes dopo l’incontro con la Pizia e il conseguente contatto con le acque stigee del Mondo Inferiore. La follia è una tappa cruciale del cammino del prescelto, e può dissolversi solo nella morte o nel raggiungimento simbolico dell’Isola Sacra che, sul piano psicologico, corrisponde al ritrovamento del proprio Sé smarrito. Un concetto che si sposa con la filosofia orientale (dove raggiunge l’apice con l’avvento del Cristianesimo) e la psicologia Nietzschiana, secondo le quali pur gravando nell’umana miseria si riesce a superare se stessi solo attraverso il dolore.

Nel corso di tale percorso di espiazione Arethes deve assolvere a due di quegli archetipi che Georges Dumézil chiama “i tre peccati del guerriero”. Nel primo, essendo egli inserito nella gerarchia sociale e garante della sicurezza del regno, macchiandosi delle uccisioni dei suoi avversari, anch’essi appartenenti a uno stato civile, finisce per rendersi impuro o addirittura scellerato agli occhi della comunità. Nel secondo l’eroe è indotto dal destino o da un dio a compiere azioni contrastanti con il suo principio di portatore di ordine e sicurezza, con il risultato di nuocere alla società che, visto il suo ruolo, dovrebbe preservare.

Per tutto il romanzo si respira l’odore autentico dell’epos. In esso Gualchierotti fonde le sue passioni per la mitologia greca e lo Sword&Sorcery, consegnandoci un testo dove l’atavico folklore dell’Ellade trova un connubio spontaneo, e pertanto vincente, con il fantasy avventuroso pervaso di duelli all’arma bianca e sortilegi, senza disdegnare un mistico velame negromantico che incupisce le atmosfere di quei luoghi remoti. Chiunque vi indugia troppo a lungo, tentando di scoperchiare e domare segreti primordiali che vanno oltre l’umana comprensione, finisce divorato dalla follia. Una marionetta alla mercé delle potenze delle tenebre. Questa opprimente aria sepolcrale che pervade il romanzo si estrinseca nelle numerose scene ambientate in catacombe e templi sotterranei, veri e propri limbi tra il mondo dei vivi e quello dei morti dove gli uni vengono a contatto con gli altri e ciò che dovrebbe restare sepolto viene riesumato, con tutte le conseguenze del caso.

Se dunque amate come il sottoscritto le antiche saghe epiche, con tutto il loro corollario di macabro esotismo e drammaticità, avete di che divertirvi con questo ottimo, avvincente romanzo dal quale si evince tutta l’esperienza e la competenza in materia dell’autore.


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