Editore: Acheron Books

Collana: Zora

Data di pubblicazione: Novembre 2019

Pagine: 283

Formato: Copertina flessibile

Prezzo di copertina: 13,00 €

Ebook: 3,99 €

 

 

 

 


Dopo aver avuto il piacere di intervistare Luigi Musolino in occasione del lancio del suo primo romanzo, Eredità di Carne, non potevo esimermi dal parlarvene. Gigi, per usare le parole di Sartirana che ha curato la prefazione del volume, «non è quello che definirei un visionario del macabro, ma una sorta di paleontologo dell’incubo. Le sue storie, più che guardare verso l’ignoto, puntano alle viscere dell’orrendo e del dimenticato».

Musolino è solito intingere la penna marcata Strän negli orrori popolari addensati lungo le contrade piemontesi. Luoghi in apparenza innocui, dove la vita scorre placida onorando i bei tempi di una volta, genuini e tradizionalisti. È proprio all’ombra della tradizione folklorica, tutt’oggi carica di superstizione, che l’orrore trae forza per esprimere al meglio tutto il suo potenziale terrifico. Ci troviamo davanti a un genere narrativo entrato in voga nei ruggenti anni Sessanta. Dovendo limitare la questione per ragioni di spazio, basti pensare a tutta quella sottocultura italiana imbevuta di folk revival dedita a un’estetica del macabro e dell’occulto sia in ambito musicale, con la corrente Italian Occult Psychedelia[1], sia cinematografico, con lo sceneggiato Il Segno del Comando e le pellicole di Lucio Fulci, Dario Argento, Mario Bava e Michele Soavi. Anche le testate giornalistiche dell’epoca concedono spazio a tematiche paranormali. Ricordiamo ad esempio la rubrica tenuta da Ugo Dèttore sulla “Domenica del Corriere” nel 1981, in cui gli anomali casi inviatigli dai lettori vengono esaminati adottando un approccio parapsicologico.

Nella fiction letteraria italiana la miscela folk fra tradizioni contadine e risvolti soprannaturali delle stesse viene inaugurata da Fabio Celati con il racconto Fantasmi a Borgoforte, contenuto nell’antologia Narratori delle pianure (1993), nel quale si palesa il tema dell’autostoppista fantasma ricorrente nelle cosiddette folk tales. Qualche tempo dopo il regista Pupi Avati ha codificato questo genere battezzandolo “gotico padano”, come si legge nel volume curato da R. Adamovit e C. Bartolini intitolato Il gotico padano. Dialogo con Pupi Avati (2010, ripubblicato da Bietti nel 2019). Oppure si può parlare anche di gotico rurale, in riferimento allo scrittore Eraldo Baldini che ne ha demarcato i tratti distintivi nell’antologia Gotico rurale (2000).

Vi è un’intera frangia di autori italiani, concentrata nella parte centro-settentrionale della penisola, che da anni si impegna a sviluppare la suddetta tematica. Se Baldini e Avati setacciano gli orrori gotici in Emilia Romagna, Danilo Arona e il movimento letterario dello Strän lo stanno facendo in Piemonte. Da qui ci ricolleghiamo alla produzione di Luigi Musolino, e in particolare a Eredità di carne, di cui è bene conoscere innanzi tutto i protagonisti.

Il primo è Michele Ciot, mollato dalla fidanzata Elisa Santi che, esasperata da una convivenza divenuta ingestibile, decide di rientrare a Torino lasciandolo in compagnia del gatto Caio. Michele è ridotto a un rottame, proprio come la sua abitazione. Persevera con l’abuso di alcol e sigarette pur avendo i polmoni prossimi al collasso. Non ha un soldo in tasca e tutto ciò che lo riguarda pare destinato al disfacimento. Intanto Elisa, nonostante sia tornata alla vecchia vita di città, non se la passa meglio, incalzata quotidianamente dai ricordi e da disturbi anoressico-bulimici.

Passiamo a fare la conoscenza dell’altro squattrinato Oliviero Cardon, un cocainomane dalla fedina penale sporcata a ripetizione da reati minori. Anni fa lui e Michele conducevano un proficuo giro d’affari rivendendo pezzi d’antiquariato. Poi Oliviero ha pensato bene di fregare l’amico e il loro rapporto si è concluso con una scazzottata prima di perdersi di vista. Ora rieccoli uno di fronte all’altro, seduti nell’osteria di Roure, paesino piemontese della Val Chisone sferzato dal gelo novembrino, a tentare di rassettare i cocci delle proprie vite. Oliviero propone a Michele un ultimo lavoro in società per tirare su un bel gruzzolo. Devono trafugare entro l’alba la collezione privata di un vecchio facoltoso custodita temporaneamente in uno stanzone dell’ex-sanatorio Pracatinat, caduto in disuso. Poi avrebbero venduto la refurtiva a un contatto francese e con il ricavato pensare finalmente a come risollevare la loro miserevole condizione.

“L’ex-sanatorio non è più un semplice edificio: è una sedimentazione di epoche e ricordi, di ossa e muscoli pulsanti, una cattedrale di carne e fossili scavata nelle montagne stesse della Val Chisone, sormontata da merlature turrite che lacerano nubi opalescenti perdendosi nel firmamento. Dalle finestre, un brulicare di forme vive, morte e moribonde”

Sull’ex-sanatorio di Pracatinat circolano inquietanti credenze popolari che lo collegano a Famenera. Nel 1944 la struttura era stata adibita a base operativa dai nazifascisti per torturare i partigiani e la popolazione locale presi d’assalto. All’epoca una certa Tilda Clapié, avendo il marito al fronte e i figli da sfamare, era solita andare in giro a elemosinare insistentemente del cibo. Da qui e dalla nefasta reputazione di masca – nome tipico delle fattucchiere piemontesi – discende il suo soprannome di Famenera. Durante l’inverno di quell’anno gli abitanti furono colpiti da una tremenda carestia, inducendo le loro menti spaventate e superstiziose a additare Tilda come capro espiatorio della disgrazia comune, accusandola ingiustamente di nascondere dei partigiani in casa. Ricevuta la segnalazione i tedeschi non ci pensarono due volte a punire Tilda, lasciandola in fin di vita dopo averla violentata e torturata. I suoi figli intanto, impossibilitati a riscaldarsi, vennero trovati morti per il freddo e dilaniati dalla madre che si era vista costretta a cibarsene per non soccombere agli stenti. Un empio spettacolo a cui i crucchi posero fine incendiando l’abitazione. Tra le fiamme si dice che Tilda abbia scagliato maledizioni e improperi vendicativi contro gli infami accusatori e gli aguzzini. Da quel momento in Val Chisone si sono registrate strane sparizioni e misteriosi avvistamenti, alimentando la convinzione che Famenera, cieca e ustionata, si aggiri famelica per la valle e tra le mura del Pracatinat.

“Nei boschi c’è una macchia,
Soffia, morde e tutto graffia,
Nera come il ner carbone
Ha più denti di un leone!”

In questo aspro e impervio teatro naturale Musolino allestisce un palcoscenico ideale per mettere in scena la sua masquerade di reviviscenze folkloriche e deliri dell’inconscio. Una scenografia luttuosa che si avvale della natura imperante, grembo di fosche suggestioni, per cingere d’assedio il piccolo borgo dove l’inquieto passato tramonta sul presente. Un simile decadimento deteriora anche la psiche dei personaggi, avvelenandoli col nero icore della follia che tutto perverte, anche a distanza di generazioni. Un caso emblematico è proprio Michele Ciot, portatore di “un’eredità di dolore e paura” tramandata da padre in figlio, una Malombra – come la chiama qualcuno – intimamente connessa alle forze ancestrali che funestano la Val Chisone. Oliviero Cardon invece è succube di altre tipologie di mostruosità che gli logorano corpo e mente, amplificate dall’aberrante risonanza del soprannaturale. Persino sui personaggi satelliti infieriscono gli influssi distruttivi di questo buco nero che ha fagocitato, in uno spazio-tempo manicomiale, l’intera Val Chisone. La metafora astronomica calza a pennello sull’oscura area del Piemonte, capace di piegare il tessuto della realtà alterandone il consueto decorso e generandovi delle anomalie che rifuggono qualsiasi logica interpretativa finora comprovata. E chi può sapere se dall’altro capo del wormhole vi sia una scappatoia? Forse si tratta della legge di espiazione cosmica a cui l’umanità, con le sue megalomani derive, deve infine rispondere? In tal caso si potrebbe scorgere un processo universale in atto orientato al ripristino dell’armonia delle origini verso cui, dopo il culmine della tensione entropica, tutto riconduce. Essendo parte integrante di questa costante universale, anche l’ancestralità, ripudiata e violata, torna a ripristinare le gerarchie del Creato disgregando le presunzioni di sabbia erette dalla civiltà, illusa di poter aggiogare forze infinitamente più grandi che non ha mai compreso, semmai sbeffeggiato.

Eredità di Carne rimbomba di questo canto di guerra lanciato dall’Atavico che insorge, spietato, contro chiunque infici, o lo abbia fatto in passato, la sua sfera di competenza. È questa a mio avviso la più potente suggestione a cui ricorre Musolino per avvincere nel profondo il lettore e scuoterlo insieme ai protagonisti. Come ha dichiarato lui stesso durante l’intervista che gli ho rivolto, «nelle cose che scrivo mi piace far entrare in collisione questi due mondi, quello moderno, asettico, disilluso e pericolante, per l’appunto, e quel mondo passato fatto di superstizioni, fiabe, spauracchi infantili, credenze popolari e paure ancestrali che io trovo ammantato da un senso del meraviglioso che oggigiorno, in un’epoca ipertecnologica, in cui siamo bombardati di informazioni e diamo tutto per scontato, pare smarrito».

Direi che anche stavolta la collisione è riuscita alla grande. Pertanto vi invito a sperimentarne l’impatto emotivamente dirompente che solo un grande demiurgo del weird come Luigi, tra i più grandi in Italia a essere sinceri, può innescare. In questo romanzo si compie ciò a cui il filosofo e antropologo francese Georges Bataille inneggia quando parla del Male come coraggiosa trasgressione del Bene convenzionalizzato da ideologie contraffatte. In tale violazione si realizza la piena autenticità dell’Essere e la letteratura, secondo Bataille, è la formula capace di rappresentarla al meglio. «La letteratura autentica è sempre “prometeica”, perché mette in discussione le norme delle convenzioni e i princìpi della prudenza: il vero scrittore è dunque colui che osa contravvenire alle leggi fondamentali della società ed è cosciente di essere “colpevole”: sicché per lui il peccato e la condanna non sono l’occasione forzata del pentimento, ma il culmine della sua realizzazione» (A. Zanzotto).

 

 

 

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[1] Termine coniato nel 2012 dal giornalista Antonio Ciarletta sulla rivista musicale Blow Up per inquadrare la particolare scena underground della musica italiana improntata sulla psichedelia occulta, l’equivalente della hauntology britannica (derivante dalle teorie di Jacques Derrida esposte nel suo Spettri di Marx) che punta a riattivare, attraverso l’impiego in loop di vecchie sonorità distorte, una memoria collettiva rivolta a un passato tornato a “infestare” il presente sotto forma di nostalgici spettri di futuri perduti (cioè tempi passati in cui il futuro poteva essere ancora immaginato). Le moderne frenesie di innovazione tecnologica e le tiranniche logiche capitaliste negano un qualsiasi slancio utopico verso un futuro libero dalla deprimente condizione attuale.


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