Editore: ABEditore

Data di pubblicazione: Giugno 2020

Pagine: 368

Formato: Copertina flessibile

Prezzo di copertina: 15 € 

Ebook: /

 

 

 

 


Nel XIX secolo il vampirismo è stato il Santo Graal profano degli scrittori gotici. Un calice colmo di sangue dell’Anticristo, oltraggio ai dogmi imperanti, a cui il pubblico smanioso di brividi peccaminosi è accorso ad abbeverarsi. Il sangue dunque, sia sotto il profilo scientifico che simbolico, funge da elemento chiave del nostro discorso, permettendoci di tracciarne i bizzarri sviluppi fino alla virologica evoluzione nel vampirismo.

Nel 1600 il fluido ematico acquista centralità negli studi scientifici, intenti a carpirne le proprietà e i segreti. Alcuni medici lo prescrivono come medicinale, consigliando ai pazienti più reticenti di aromatizzarlo prima di deglutirlo. Tale credenza risale almeno a Plinio il Vecchio, che nel XXVIII libro della Naturalis Historia ratifica l’uso terapeutico del sangue in caso di patologie come l’epilessia o i reumatismi. Se ne esaltano gli attributi anche negli ambienti ecclesiastici: Maria Maddalena de’ Pazzi (1566-1607), proclamata santa da Papa Clemente IX nel 1669, è stata una promotrice del sangue come fulcro dell’anima, in quanto elemento di congiunzione tra Dio e gli esseri viventi. Lo storico Girolamo Bosio (1544-1627), membro dell’Ordine dei Cavalieri Ospitalieri, nel trattato La trionfante e gloriosa croce (1610) incensa le proprietà miracolose del sangue di Gesù, capace di ripristinare persino le membra amputate.

L’entusiasmo generale è sfociato in una vera e propria infatuazione per tale fluido, considerato il più prezioso poiché indispensabile alla vita e alla trasmissione della specie. Il suo colore vermiglio, il suo pulsare nelle vene, il suo aroma particolare, hanno finito per investire l’esperienza clinica di voluttuose allusioni. A confermarlo sono gli stessi resoconti di trasfusione registrati nella Philosophical Trasactions of the Royal Society, la prima rivista scientifica della storia pubblicata a Londra a partire dal 1665. Sugli opuscoli divulgati tra il 1666 e il 1667 si legge di un sangue dal colore vivido e adorabile, prelevato da vene turgide e gradevoli alla vista, specie se ben delineate sotto una pelle chiara. Un approccio così carnale, lubrificato di sensualità, lo si riscontra anche nelle dissezioni anatomiche in voga nel XVII secolo, quando frugando tra le viscere animali si bramavano i segreti della vita e il loro rivoluzionario apporto alla ricerca.

A rinfocolare il clima di ardite speculazioni in campo ematico, complice una scienza medica ancora imperfetta, si aggiunge una misteriosa epidemia dilagata nell’Europa Orientale sul finire del XVII secolo. Nei villaggi dell’Ungheria e della Moravia si vocifera di cadaveri tornati in vita. Le cronache locali riferiscono di strani rumori provenienti dalle tombe, che una volta scoperchiate rivelano una salma integra, all’apparenza salubre, col sudario lacerato in corrispondenza della bocca. Altre dicerie concordano su misteriose sparizioni e omicidi, imputati ai famelici redivivi. Inizia a cristallizzarsi l’essenza del mito vampiresco, ovvero il suo ambivalente rapporto con il sangue: erotico nell’atto di suggere ma virulento negli effetti. Sulla componente erotica di questo mito Ornella Volta aggiunge: «Paura e sessualità si fondono, l’una provoca l’altra al punto che, dice Sade, si può sostituire l’una con l’altra. […] Del resto, su questo punto, è d’accordo anche Freud: “Tutte le emozioni che hanno raggiunto un certo grado di intensità, compreso il sentimento di orrore, si riflettono sulla sessualità”»[1].

Il vampiro è dunque considerato un agente pandemico che prospera e prolifera per mezzo del sangue. Come un virus lo si reputa un ospite indesiderato, capace di violare qualsiasi corpo o identità (il vampiro è un contraffattore, non scordiamolo).

Le credenze sui morti ritornanti attirano l’attenzione finanche degli accademici, come dimostrato nel De Admirandis Naturae Reginae (1616) del filosofo e naturalista Giulio Cesare Vanini (1585-1619), il quale riferisce di anime che, rimaste insepolte, restano in prossimità del cadavere in quanto gli è cognatum, cioè affine. Tale tesi ha ascendenza platonica e rimanda al De occulta philosophia (1533) dell’astrologo e alchimista Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim (1486-1535), dove il termine cognatum denota la stessa accezione. Simili credenze si innestano su una tradizione consolidatasi negli ambienti magico-esoterici del Rinascimento, i cui natali affondano nelle teorie neo-platoniche enunciate da Porfirio (233-305 circa) nel De absentia, così come nel folklore protovampirico della mitologia classica: è il caso delle omeriche Empusa e Lamia, o delle Striges ovidiane.

Dopo l’imperversare dell’epidemia vampirica nell’Europa dell’Est, l’incresparsi del dibattito europeo ha costretto la Chiesa a intervenire sul tema mediante una serie di pubblicazioni firmate da eruditi teologi che, sulla scia del pragmatismo illuminista, hanno sminuito la questione come fantasia infondata tipica di popolazioni incivili e arretrate. Tra gli esempi più noti vi è l’irridente Dissertazione sopra i Vampiri (1739) dell’Arcivescovo di Trani Giuseppe Davanzati, personalità emblematica dell’Illuminismo settecentesco, al quale si riallaccia De Servorum Dei Beatificatione et Beatorum Canonizatione (1749) di papa Benedetto XIV, che nel paragrafo De vanitate vampyrorum liquida l’argomento come futile suggestione dalla paura.

Nonostante l’ostruzionismo ecclesiastico e il saccente sdegno dell’Illuminismo (persino Voltaire, nel Dictionnaire philosophique del 1764, riserva una voce ai succhiasangue ironizzandovi sopra), i vampiri continuano imperterriti a infestare l’immaginario europeo, trovando nel Romanticismo la malta perfetta per consolidare il loro reame di tenebra che perdura ancora oggi. Il fascino secolare di tali creature risiede soprattutto nella loro ambiguità liminale: «lo spazio ibrido che mette in contatto […] la vita e la morte […]. Ma anche, per l’appunto, tra vecchio e nuovo, Oriente e Occidente, sanità e follia, fatto e finzione, il ‘normale’ e tutto ciò che vi si vorrebbe contrapporre come ‘altro’, alieno»[2].

A portare in auge i succhiasangue nella gothic fiction è stato George Gordon Byron (1788-1824), che della vita ha fatto il suo più grande romanzo. In lui fremono le esuberanze della sregolatezza e dell’anticonformismo, tratti distintivi dei banditi letterari che tanto infiammavano il cuore dei lettori. La sua figura si veste di ombre e tormenti, retaggio di un idealismo satanico di stampo miltoniano. La sua fama di antieroe tenebroso, avverso agli iniqui privilegi delle caste nobiliari, divampa in poco tempo. Il potenziale romantico di Byron diventa un potentissimo lassativo per la stitichezza morale che reprime la società del tempo. Nel Giaurro (1813) egli manda in scena una sua concezione di revenant, seguita pochi anni dopo dal Lord Ruthven di John William Polidori (1795-1821), elaborato a modello proprio di Byron durante la movimentata convivenza presso Villa Diodati. La consacrazione del vampiro a fenomeno di massa inizia da qui.

Da tale scenario prende forma la recente pubblicazione dell’ABEditore, casa editrice di cui sono innamorato per la tipologia di proposte e la cura grafica nel rifinirle. Il libro in questione è Draculea. Figli delle tenebre, un’incredibile cavalcata tra le contrade notturne di tutto il mondo, dove ogni tappa è contrassegnata da raccapriccianti incontri con i nosferatu o mostruosità affini. Gli scritti qui riuniti attingono da un periodo particolarmente proficuo per la narrativa breve del terrore, compreso tra la metà del ‘700 e i primi del ‘900. Ciascun racconto è preceduto da un estratto di cronache documentate, la cui attendibilità rimane comunque dubbia. Il tutto impreziosito da squisite incisioni dell’epoca e una calzante scelta tipografica. A tal proposito, avendo acquistato la versione “Drac-Pack”, insieme al libro ho ricevuto un simpatico assortimento di gadget: la lettera di Dracula vergata su pergamena con tanto di sigillo in ceralacca, la foto di un vampiro colto in flagrante, il poster della copertina del libro, il segnalibro a forma di bara e un ritaglio di giornale su inquietanti avvistamenti. Immaginate l’entusiasmo durante lo spacchettamento…

“Una nuova scena s’apre ai nostri occhi in questo secolo. Da sessant’anni circa in Ungheria, in Moravia, nella Slesia, in Polonia vi si vedono, per comun detto, uomini morti da molti anni, o perlomeno da molti mesi, ritornare, parlare, camminare, inquietare i villaggi, offendere gli uomini e gli animali, succhiare il sangue dei suoi propinqui, portare ad esse malattie e farli morire, in maniera che non si può liberarli dalle visite moleste e dalle inquietudini di costoro, se non col dissotterrarli, impalarli, tagliar loro la testa, strappare loro il cuore, infine bruciarli. A coloro che ritornano vie dato il nome di Oupiri, o Vampiri”

Il volume non poteva non aprirsi con un estratto di Dissertation sur les revenants en corps, les Excommunies, les Oupirs ou Vampires, Brucolaques etc. (1751) dell’abate Augustin Calmet (1672-1757), pubblicato anche in inglese nel 1850, edizione in due volumi, dalla Richard Bentley di Londra col titolo The Phantom World (lo stesso editore che nel 1872 manda in stampa In a Glass Darkly di Sheridan Le Fanu). Il trattato di Calmet è stato letteralmente saccheggiato dagli scrittori gotici cimentatisi nel vampiresco, tra i quali ricordo il caso eclatante di Charles Nodier che in Infernaliana (1822) ripropone diversi spezzoni dell’opera di Calmet senza mai citarla tra le fonti.

A seguire troviamo il racconto Il mistero di Ken (1883) di Julian Hawthorne (1846-1934), figlio del celebre romanziere Nathaniel Hawthorne. Lo scritto non fa rimpiangere il talento del padre, offrendoci una storia coinvolgente e affatto banale. Il protagonista si reca a trovare l’amico Keningale, un uomo facoltoso, di bell’aspetto e dalla spiccata sensibilità artistica. L’anno prima era tornato a New York da un viaggio in Europa, e da allora la sua proverbiale radiosità è svanita. Cosa gli sarà mai capitato per le strade di Londra e le sperdute lande irlandesi? Cosa c’entra la ricorrenza di Ognissanti, «il carnevale per gli spiriti incorporei», con alcune sinistre coincidenze che hanno piagato il suo animo? Come spiegare il bizzarro scarto temporale che ha reso il banjo regalatogli dall’amico, appena un anno prima, inspiegabilmente invecchiato di secoli? E chi sarebbe la misteriosa dama raffigurata da Ken in alcuni bozzetti nascosti nello studio?

Un racconto che dispiega la sua tetraggine in un crescendo incalzante, accalappiando l’interesse sin dalla prima pagina.

Altro racconto per me degno di nota è il successivo La curiosa morte di Morton (1910), di Algernon Blackwood (1869-1951), nel quale due amici in viaggio nella valle del Giura, un angolo di mondo dimenticato, vengono insediati da un’entità che infesta una fattoria fatiscente, sul cui muro si legge “La Chenille”. La padrona di casa, all’apparenza cordiale, emana un influsso sgradevole che ammorberà per lungo tempo il morale dei due uomini con infauste sensazioni.

Proseguiamo con Schalken il pittore, protagonista dell’omonimo racconto, datato 1839, di Sheridan Le Fanu (1814-1873). La vicenda ruota intorno a una coppia di innamorati, Schalken e Rose Velderkaust, la cui relazione naufraga a causa dell’intromissione del misterioso Vanderhaunsen, appropriatosi impunemente della giovane e portandola alla perdizione. Schalken imprime sulla tela una personale interpretazione dell’orrore che gli ha sottratto l’amata Rose, ­«il cui misterioso destino dovrà rimanere per sempre argomento di congetture»[3].

La seconda parte del volume si apre con James Hume Nisbet (1849-1923) che ripropone il topos dell’opera d’arte funesta. Ne Il vecchio ritratto (1890) un pittore deterge da sporco e incrostazioni un dipinto acquistato presso un rigattiere. All’apparenza sembra un pezzo d’antiquariato di poco conto, ma dopo averlo ripulito sulla tela si palesa un’equivoca figura femminile velata di ombre. Impressionato dalla visione, l’artista viene investito da un terrore talmente funesto da compromettergli per sempre la lucidità mentale.

Più avanti incontriamo il notevole Negotium Perambulans (1922) di Edward F. Benson (1867-1940), racconto dalle inaspettate sfumature lovecraftiane. Ci troviamo in un paesino della Cornovaglia occidentale chiamato Polearn, abitato da una comunità di pescatori devota a un arcano culto nel quale si nomina, con i dovuti scongiuri, un’entità maligna chiamata la Cosa «che opera nell’Oscurità del cosmo»[4]. Si narra che in passato la Cosa abbia ucciso un uomo per aver osato costruirsi l’abitazione riutilizzando i mattoni di un’antica chiesa, lasciando intatto solo l’altare su cui era solito gozzovigliare. Adesso un nuovo inquilino si appresta a stabilirsi in quella dimora, sperimentando di persona la pericolosità delle forze che la insidiano.

Tornando agli inserti trattatistici, segnalo l’intervento di Helena Blavatsky (1831-1891) estrapolato da Iside Svelata (1877), dove si menziona la vita bicorporea dei cadaveri sospettati di vampirismo. Il corpo interrato, sospeso in uno stato di catalessi, riesce a sostentarsi predando i vivi grazie alla sua proiezione astrale. Solo spezzando la connessione tra forma astrale e forma corporea il Vampiro può essere definitivamente debellato.

Onde evitare di risultare troppo prolisso, ho selezionato da Draculea i contenuti che mi hanno appassionato maggiormente, ma la scelta è ampissima (attestata su una media qualitativamente lodevole), assicurandovi un prolungato ed appassionante Grand Tour internazionale tra brume e sepolcri. Ultimamente l’ABEditore sembra non sbagliare un’uscita, e noi lettori ci lasciamo viziare molto volentieri.

 

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[1] O. Volta, Il vampiro, Sugar, Milano 1964, p. 156.

[2] A. Violi, Dracula. Fantasmi, Mimesis, Milano – Udine 2017, p. 14.

[3] AA.VV, Draculea. Figli delle tenebre, ABEditore, Milano 2020, p. 133.

[4] Ivi, p. 238.

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