Esausto, ma senza temer contese,

Vincitore della Vita

Lanciati, sorridente e mai domo

Finché riposo troverai”

W.H. Hodgson, The Conqueror (1916)

The Conqueror è l’ultima poesia scritta da Hodgson prima di cadere sul fronte di Ypres il 17 aprile 1918, dilaniato da una bomba che ne lascia solo l’elmetto. Quel giorno sullo stesso fronte occidentale combattevano anche John Ronald Reuel Tolkien e Ernst Jünger.

I versi poetici soprastanti sanciscono la chiusura del componimento e marchiano a fuoco, con l’ardimento e l’indomita ribellione di cui vibrano, l’impronta sulla vita lasciata dall’autore. Il suo è stato uno spirito irrequieto, sordo alle rigide imposizioni tra cui quelle del padre, il fervente pastore anglicano Samuel Hodgson, i cui precetti religiosi finiscono comunque per instillare nel figlio una visione complessa della fede e del senso dell’esistenza: secondo Hodgson vige una mistica polarità tra la tumultuosa oscurità e la luce rasserenante. «A bilanciare i due versanti, l’impressione di un’energia trascendente, un “grande mistero” dai contorni dell’eterno e dell’infinito»[1]. Una tematica onnipresente nei suoi scritti.

L’unico richiamo a cui Hope non ha resistito è quello dell’avventura per mare, dove l’uomo non ha altro confine che l’orizzonte. Così, dopo l’ennesima fuga da casa, a soli 14 anni gli viene concesso di imbarcarsi per un apprendistato di quattro anni come mozzo di cabina. Da quel momento inizia la scalata verso la carica di ufficiale, nel corso della quale sfoggia più volte le sue spiccate doti atletiche, sviluppate al punto da annoverarlo tra i precursori del moderno culturismo. In quel periodo affina anche il talento artistico, dimostrando indubbie qualità sia con la scrittura che la fotografia.

Nonostante l’impegno profuso in ogni imbarco, a lungo andare il cibo pessimo, i maltrattamenti degli ufficiali e i dolori lancinanti a denti e stomaco suscitano in Hodgson una repulsione viscerale per la vita di mare, reputandola ingrata e squallida. Pertanto nel suo immaginario l’oceano va assumendo connotati soprannaturali e orrorifici, ripercuotendosi nelle sue storie come un regno di forze malevoli che assediano i personaggi.

Focalizzandoci sulla produzione in prosa, e in particolare sui romanzi, Hodgson ne ha ultimati quattro in tutta la carriera: Naufragio nell’ignoto (1907), La casa sull’Abisso (1908), I pirati fantasma (1909) e La Terra dell’Eterna Notte (1912). Nel 1913 Hodgson si dedica a un potenziale quinto romanzo, tale Captain Dang, rimasto in sospeso a circa una quarantina di pagine. I primi tre vanno a comporre quella che personalmente mi piace definire la “Trilogia delle Borderlands”.

Oggigiorno quando sentiamo parlare di “trilogia” ci viene subito in mente un ciclo narrativo che preserva una continuità interna (storyline, ambientazione, personaggi, ecc.) protratta per tre volumi, anche se non necessariamente da leggere secondo un ordine progressivo. Ad esempio Il Signore degli Anelli di Tolkien impone un ordine narrativo consequenziale, mentre la trilogia di Gormenghast di Mervyn Peake no.

Al tempo di Hodgson il termine trilogia denota una strutturalità diversa, affine piuttosto al mondo greco (τριλογία) dove è stato anticamente coniato per indicare tre tragedie atte a concorrere negli agoni poetici indetti durante le feste dionisiache. Tali componimenti sono accomunati da uno stesso autore, ma i temi e i soggetti possono anche divergere. Hodgson ha dunque applicato la funzione più classica del termine quando ha pensato alla propria trilogia come «una particolare fase di pensiero costruttivo».

Il comun denominatore di questa fase di pensiero è il confine, inteso come frontiera tra la realtà e altri stadi dell’esistenza. Ciò che vi alberga – del tutto innanturale e inumano – è votato al Caos distruttivo e dimostra un atteggiamento predatorio nei confronti della razza umana. Essa si ritrova puntualmente succube delle Potenze dell’Impossibile, dimostrando tutta l’inconsistenza e la ridicolaggine del pensiero antropocentrico di cui è solita fregiarsi. Una cosmica visione annichilente che ha inciso un solco indelebile nello sviluppo della weird fiction.

È proprio questa frontiera maledetta, questa Borderland che demarca la realtà dal surreale, a fungere da anello di congiunzione tra i tre romanzi. Una volta varcata, peraltro sempre in modo inaspettato, gli eventi si concedono a risvolti di pura follia dove assumono consistenza inconcepibili orrori extra-dimensionali.

In Naufragio nell’ignoto e I pirati fantasma ritroviamo le antiche superstizioni marinaresche combinate con i mitologemi del viaggio iniziatico e del ritorno dell’eroe, classici tòpoi che l’autore trasla in atmosfere stranianti che strizzano l’occhio a Le avventure di Gordon Pym (1838) di Edgar Allan Poe, o all’esotismo mirabolante di Jules Verne. Entrambi autori, insieme a molti altri, di cui Hodgson ha fatto incetta setacciando le librerie dell’usato.

Naufragio nell’ignoto, con prosa minuziosa (fin tropo a dire il vero) da cui è bandito il discorso diretto, narra il naufragio della Glen Carring su un’isola misteriosa. Sotto la ferrea guida del nostromo, l’equipaggio deve fare i conti con costanti assedi notturni condotti da creature abominevoli intenzionate a fare la pelle all’intera ciurma. Come se non bastasse un fitto tappeto di alghe intasa i corsi d’acqua, intrappolando un’altra imbarcazione con a bordo dei superstiti. Sotto quel verde manto galleggiante una piovra gigante e altre mostruosità non meglio definite smaniano di trascinare sul fondo i poveri naufraghi. Il romanzo mi è sembrato a tratti un remake orrorifico del Robinson Crusoe, per via della puntigliosa trattazione dei metodi di sopravvivenza e dell’occorrente necessario ad attuarli. In mezzo a tanta nozionistica, il talento immaginifico dell’autore riesce a ritagliare suggestivi sprazzi di orrori marini dall’instancabile istinto predatorio. Trovo particolarmente riuscita, in tal senso, la parte relativa alla “Cosa che frugava”: uno sfuggente orrore notturno dall’angustiante ostinazione omicida. Le sue atmosfere claustrofobiche e umidicce mi hanno ricordato l’orrore marinaresco La cuccetta superiore di Francis Marion Crawford.

Ne La casa sull’abisso – inizialmente intitolato The House of Mistery – i signori Tonnison e Berreggnog trascorrono le vacanze estive del 1877 in un paesino isolato di «una pseudo-Irlanda che potrebbe essere stata influenzata dallo pseudo-Galles di Machen e che sicuramente influenzò la pseudo-Nuova Inghilterra di Lovecraft, così come Kraighten e i suoi abitanti che parlano un incomprensibile dialetto – gaelico, si dovrebbe dedurre – si riflettono nelle varie Dunwich, Arkham e Innsmouth dello scrittore americano»[2]. Durante una passeggiata i due percorrono un sentiero che si inerpica su un costone di roccia a ridosso di uno strapiombo, dove giace un’antica casa diroccata. Tra le macerie rinvengono un manoscritto in cui i precedenti inquilini descrivono gli orrori che hanno condotto la dimora allo sfacelo. Il redattore del Manoscritto vi abitava insieme alla sorella Mary e un cane. Sotto la casa si estendeva una cavità sotterranea vastissima, accessibile da una botola in cantina che il proprietario si era preoccupato di sprangare. Infatti da quell’Abisso risalivano esseri aberranti dalla forza sovrumana, per non parlare delle forze ancestrali in grado di proiettare allucinanti viaggi astrali in cui spazio e tempo collassano in un delirio cosmico.

Con I pirati fantasma, ispirato al racconto The Ship that Saw a Ghost di Frank Norris, Hodgson torna agli orrori marini, stavolta adottando uno stile più dinamico e moderno rispetto a Naufragio nell’ignoto. La nave Mortzestus gode già da tempo di pessima fama, comprovata dall’ultima disavventura raccontata da Jessop, l’unico sopravvissuto alle ombre che hanno assediato l’imbarcazione durante una navigazione da incubo. Tra l’equipaggio si vocifera di sagome spettrali provenienti da un immane vascello-ombra sottomarino. Poco per volta gli assaltatori fanno fuori i membri della ciurma e sabotano la struttura della Mortzestus fino ad affondarla.

Questi assalitori incorporei potrebbero considerarsi dei comuni fantasmi, ma non sarebbe una classificazione corretta. Hodgson infatti rinnova il concetto di spettralità, portato alla ribalta da M.R. James, integrandolo con la spiritualità elementale di Algernon Blackwood che strizza l’occhio a un’atavica multidimensionalità. Jessop si è fatto comunque un’idea sulla questione, sebbene non abbia prove certe. Secondo la sua ipotesi il mondo sarebbe abitato da due tipologie di esseri viventi, quelli comuni e altri non convenzionali, ovvero le ombre che li hanno presi di mira. Tuttavia nessuna delle due specie può comprendere appieno la natura dell’altra finché entrambe non interagiscono in un ambiente che permetta la compenetrazione delle rispettive realtà. Infatti solo quando la Mortzestus si trova a navigare in acque malevole, intrappolata in una sorta di bolla dimensionale che la isola dalla realtà esterna, i due mondi hanno modo di interfacciarsi. E tocca a quello degli uomini farne le spese.

Tutti e tre i romanzi vedono i protagonisti confrontarsi con l’Abisso. Che si tratti di quello marino o sotterraneo (nel quale, riferendoci a La casa sull’Abisso, comunque subentra l’elemento acquatico mediante una voragine creatasi intorno l’abitazione), entrambi riconducono all’archetipo del ventre uterino associato simbolicamente alla dimensione infera. Date le circostanze, possiamo identificare l’Abisso come una matrigna genitrice di aborti degenerati che, in quanto archetipi, gorgogliano in sordina nei recessi inconsci della personalità, quella regione negativa della psico-spiritualità umana dove Jung colloca non a caso l’Ombra, il nostro Mr. Hyde con cui tutti dobbiamo prima o poi fare i conti. Pertanto i personaggi si trovano a dover fronteggiare le proprie paure ancestrali insieme agli istinti bestiali che esse ridestano. A questo punto deve compiersi un altro processo archetipico, quell’iter subterraneum che dall’alba dei tempi viene intrapreso dall’uomo per purificare il suo Io regretto, riqualificandolo al termine di un viaggio irto di prove iniziatiche. Chiunque si rifiuta di avventurarsi tra le tenebre del proprio inconscio, e quindi di conoscere se stesso, finisce divorato dall’Abisso e perisce. Tale mutamento interiore coincide con il fine ultimo degli alchimisti, le cui fumose e pirotecniche trasmutazioni da laboratorio ambivano in realtà al riscatto della natura umana, la vera Grande Opera. Non tutti ne sono degni, e in questa trilogia Hodgson – come tanti altri suoi colleghi del bizzarro e del macabro – lo dimostra.

Nel compiere un tale viaggio nelle Borderlands notiamo che i personaggi restano sempre isolati da ogni familiarità. Sono a tutti gli effetti pellegrini in “The Land of Lonesomeness”, come giustamente titola il primo capitolo di Naufragio nell’ignoto, dove per tutto il romanzo si ripresentano termini quali lonesome e lonesomeness. Anche il vecchio de La casa sull’Abisso vive da solo circondato da una selvaggia desolazione. Allo stesso modo, ne I pirati fantasma, la nave Mortzestus e il suo equipaggio veleggiano in un indifeso isolamento alla mercé delle forze ultraterrene che si agitano in quelle acque maledette.

Come chiusura a quest’approfondimento sulla trilogia hodgsoniana, anche per stimolare i lettori che ancora non la conoscono, trovo opportuno riportare le considerazioni di un sommo esperto del genere, il maestro Howard Phillips Lovecraft che coglie in pieno i meriti del collega inglese: «il signor Hodgson è secondo forse soltanto ad Algernon Blackwood per la serietà con cui ha trattato le sue tematiche dell’irreale. Pochi possono eguagliare l’efficacia con cui ha adombrato, mediante accenni casuali e dettagli significativi, la vicinanza di forze innominabili e di mostruose entità incombenti, o il modo in cui sa suscitare sensazioni spettrali e abnormi in rapporto a certe regioni o edifici»[3].

 

 

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[1] M. Ceraso, La luce nell’Abisso. Marginalia, in William Hope Hodgson, Il sogno di X, il Palindromo, Palermo 2019, p. 312.

[2] G. de Turris, Postfazione, in W.H. Hodgson, La casa sull’Abisso, Urania Classici N. 237, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1996, p. 249.

[3] H.P. Lovecraft, Teoria dell’orrore. Tutti gli scritti critici, Bietti, Milano 2011, p. 269.


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