Editore: Mimesis

Collana: DeGenere

Data di pubblicazione: Novembre 2020

Pagine: 264

Formato: Copertina flessibile

Prezzo di copertina: 22 € 

Ebook: 14,99 €

 

 

 

 


Dopo aver evocato spaventose entità ultramondane nella bellissima raccolta Malasacra (recensita qui), Francesco Corigliano si cimenta in una catartica vivisezione del soprannaturale con il saggio La letteratura weird. Narrare l’impensabile. Stavolta il suo intento è quello di decriptare l’estetica proteiforme di questa affascinante chimera letteraria, scrostandone le sovrastrutture di genere fossilizzatesi nel corso del tempo e ricostituendone l’anatomia originale.

Nella personale graduatoria del fantastico il weird detiene il primato da anni. In nessun altro genere ho riscontrato altrettanta sublime efferatezza, filosofica e simbolica, nell’interpretare gli abissi ontologici dell’umanità. Soltanto il weird mi ha restituito la soverchiante portata ancestrale che assomma, sin dalle tradizioni più arcaiche, i significati reconditi dell’esistenza e le sue dissacranti epifanie. È un genere che punta tutto sullo straniamento e sul conseguente insorgere di elementi sorprendenti (“strani”) che ostacolano l’ordinaria comprensione, sfidando in un sadico gioco di riconoscimenti il personaggio/lettore a misurarsi col significato più nascosto e spaventoso, eppure più autentico, di ciò che si cela dietro il velame della realtà sensibile.

 

«Lo stesso termine “weird”, solo parzialmente traducibile in italiano come “strano”, si fonda su un senso di ambiguità e indeterminatezza, evidenziando un’irriducibilità a significati chiari e determinati: un bizzarro che si definisce per ciò che non è, implicando una difficoltà di classificazione quasi necessaria»

 

Partiamo da questa descrizione preliminare per addentrarci nel labirinto filologico congegnato da Corigliano. Dalla citazione si evincono infatti i due tracciati principali imboccati dal volume, dai quali si ramificano interessanti dissertazioni collaterali. Il primo tracciato mira a testare la tenuta delle classificazioni rilasciate dalla critica in materia di narrativa fantastica, evidenziando una casistica quasi sempre imprecisa. Il secondo tracciato risale gli scabrosi tornanti della weird fiction, anch’essa indagata tenendo conto delle metodologie e delle criticità riscontrate sul primo tracciato. Il lavoro di Corigliano, dunque, si sostanzia in un’indagine meticolosa tesa a chiarificare un ambito letterario da sempre insidioso. Onde evitare banali fraintendimenti, è importante innanzitutto monitorare il fisiologico adattamento della weird fiction ai paradigmi socio-culturali ad essa coevi. «Il discorso si estende anche alla percezione e alla rilevanza che viene data al soprannaturale in diversi sistemi culturali; così, la testimonianza letteraria è fondamentale per comprendere una cultura e il suo rapporto con ciò che esce dall’ordinario»[1].

Un’altra trappola da scansare è la tendenza all’approssimazione analitica tramite il ricorso a etichette di comodo, sovente utilizzate persino come sinonimi quando in realtà circoscrivono contesti divergenti (è il caso, ad esempio, dell’equivoco tra new weird e bizzarro-fiction). Pertanto, avendo davanti un testo di narrativa speculativa, sarebbe corretto inquadrarlo nel soprannaturale o nell’irrazionale? E cosa distingue questi due generi dal fantastico in generale? In quale dei tre comparti sarebbe meglio collocare il weird?

Nel rispondere a quest’ultima domanda l’autore ci conduce sul secondo tracciato, fornendoci come approccio orientativo il “modo” e tralasciando quello del “genere”, reputato fuorviante. Una scelta suggerita dai contributi di Remo Ceserani e Lucio Lugnani nel volume Il fantastico (Il Mulino, 1996), dove figura un altro elemento cardine per l’elaborato di Corigliano, ovvero la rottura del “paradigma di realtà”. Le teorie di Lugnani e Ceserani predispongono un’analisi modale del fantastico che facilita la rilevazione di «ricorrenze stilistiche e tematiche pur senza irrigidire la categorizzazione nell’ambito di uno specifico genere»[2]. Tale approccio consente di scavallare un agglomerato di critici che, pur fondamentali per aver offerto un inquadramento preliminare che incentivasse ulteriori approfondimenti, appaiono formalizzarsi eccessivamente nelle loro disposizioni assiologiche. Tra questi rientrano, ad esempio, Tzvetan Todorov per lo schematismo troppo meccanico, David Punter per la sbilanciata visione goticocentrica, S.T. Joshi per alcune partizioni di genere sommariamente disomogenee, soprattutto nei saggi più datati.

Corigliano riconosce a Mark Fisher, nel volume The Weird and the Eerie: Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo (Minimum Fax, 2016), il merito di aver arricchito le teorizzazioni di Joshi, mettendole meglio a fuoco. Correlando le loro analisi si può infatti sgrovigliare un aspetto cruciale di questa letteratura: «la capacità di creare confusione nei metri di riferimento tradizionali, che si rivelano incapaci di relazionarsi a qualcosa di cui non si intuiscono i confini (nel caso del weird) e qualcosa che manca o che eccede (nel caso dell’eeire). Tutto ciò conferma un dato che, come abbiamo visto, si può estrapolare dall’analisi delle teorie di Joshi: la weird fiction si occupa di elementi che mettono in crisi i normali parametri di giudizio della razionalità umana, in un modo analogo al “fantastico” ottocentesco eppure da esso differente. L’imponderabile e il metafisico vengono rappresentati tramite tecniche differenti, che secondo Fisher si possono distinguere appunto in weird e eerie»[3]. Si allinea a tale definizione anche Thomas Ligotti, che sull’argomento ripropone le costanti di imponderabilità e metafisica terrorizzante, promotrici di un’irrealtà macabra preclusa a qualsivoglia tentativo di comprensione. Ecco perché il weird preferisce esprimersi per allusioni, confermandosi un avaro dispensatore di riferimenti, peraltro muniti di una subdola esca di verosimiglianza. In Weird Fiction in Britain 1880-1939 (Palgrave Macmillan, 2018), James Machin si sofferma su due modalità di allusione tipiche della weird fiction: «quella “inflationary” (tesa alla costruzione di un universo opprimente ed “eccedente”) e quella di “impoverishment” (tesa alla deprivazione di valore nell’universo, e propriamente allusiva) […]. È interessante che Machin sintetizzi queste due tendenze opposte, implicitamente affermando che la sovrabbondanza di universi “inflazionanti” come quello lovecraftiano possa essere resa solo tramite le allusioni di cui effettivamente è ricca la narrativa dell’autore di Providence»[4].

Dopo lo slalom semantico, Corigliano passa in rassegna alcuni topoi del weird: il collasso del tempo e dello spazio (e, per estensione, del garantismo scientista), improvvisamente estranei a ogni legge fisica nota; la frattura dell’Io e la conseguente emersione del suo sostrato oscuro, folle spauracchio della limitatezza cognitiva; l’indifferente amoralità che vige nel mondo assolutizzata a male endemico dell’esistenza, del tutto casuale e istintuale; la minacciosa alterità del diverso, incarnazione dei pericoli che insidiano l’assetto della borghesia occidentale; l’eutanasia del mondo iniettata dalla modernità che ha smaterializzato il corpo sociale, costretto a uno straniamento destabilizzante.

Infine ci attende la seconda parte del volume, focalizzata su tre autori: Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), Stefan Grabiński (1887-1936) e Jean Ray (1887-1964). L’ottica modale argomentata nella prima parte viene ora chiamata a vagliare le opere di questi tre maestri del weird, dei quali avremo il piacere di constatare l’evoluzione stilistica, le influenze letterarie e l’humus socioculturale. Il loro trait d’union sta soprattutto nell’aver innovato la struttura del fantastico ottocentesco, imprimendo alla narrativa weird un’audace maturazione.

Giunti alla fine del percorso, avremo le idee più chiare su cosa sia il weird e come stanarne gli intrufolamenti nei contesti narrativi più disparati. Corigliano ha svolto un lavoro ottimo che, lungi dall’avere pretese di completezza, getta le fondamenta per futuri sviluppi, alcuni ipotizzati da lui stesso nelle conclusioni. Nell’attesa che qualche altro autore partorisca nuovi spunti (nel mio pentolone bolle qualcosa da un po’), fiondatevi su questo studio, a mio avviso tra i migliori in circolazione.

 

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[1] F. Corigliano, La letteratura weird. Narrare l’impensabile, Mimesis, Milano – Udine 2020, p. 17.

[2] Ivi, p. 29.

[3] Ivi, p. 54.

[4] Ivi, p. 86.


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