Dopo aver recensito alcuni suoi lavori, in occasione dell’uscita del suo primo romanzo intitolato Unborn, ho colto l’occasione per ospitare Christian Sartirana nel salotto del Crocevia. Ne è venuta fuori un’interessante intervista che spero gradirete.

Sartirana nasce a Casale Monferrato, in Piemonte, nel 1983, ma è nell’entroterra siciliano che trascorre l’infanzia e l’adolescenza. Rilegatore e restauratore di libri antichi, è una delle voci più apprezzate della corrente letteraria del Neogotico Piemontese, nella quale si incanala gran parte della sua produzione. 

Ha da poco fondato una casa editrice indipendente, la Blackhouse, con cui ha pubblicato per il momento due opere personali, Il paese tomba e Queho. L’uomo nero dell’Ovest, più il romanzo Doll Syndrome di Andrea Cavalletto.

Di questo e molto altro discuterò con l’autore nell’intervista sottostante. Buona lettura!

 


Ciao Christian e bentrovato sul Crocevia. Ho avuto il piacere di recensire diversi tuoi lavori, apprezzando di ognuno lo stile di scrittura e la personale miscela folk-horror che ormai ti contraddistinguono tra le voci weird italiane. Appena ho saputo che il tuo nuovo libro avrebbe attinto dagli orrori cosmici di Carpenter e Lovecraft, le mie aspettative sono schizzate alle stelle.

Andiamo quindi ad approfondire questo tuo primo romanzo intitolato Unborn, uscito per i tipi della Acheron Books, casa editrice ferratissima sulla letteratura di genere dal catalogo davvero interessante. Cosa ti ha spronato a compiere il balzo dalla narrativa breve a quella lunga?

Ciao anche a te e grazie per l’invito. È sempre un piacere chiacchierare di weird e affini.

Rispondo subito alla tua domanda. Per un sacco di tempo ho pensato che sarei rimasto uno scrittore di racconti. Amo le storie brevi perché le ritengo il distillato puro delle idee. Ti sorprendono con pochi elementi e poi ti rimangono nella testa continuando a dilatarsi in altri scenari. Questo è l’effetto che hanno su di me ed è l’aspetto che apprezzo di più di una storia: la capacità di schiudere la porta su storie ancora più grandi, con la possibilità di lasciarle in sospeso.

Il romanzo (almeno il tipo di romanzo che il pubblico sembra preferire) è molto diverso e devo dire che ho fatto diversi tentativi prima di raggiungere un buon risultato. Nella stesura definitiva di Unborn è stato fondamentale il confronto con il coach writer della casa editrice che mi ha indicato le varie lacune e le sequenze morte. Per farti capire, prima che il coach writer di Acheron mi chiedesse di rimetterci le mani e ampliarlo, la prima versione di Unborn era la metà di quello che hai letto tu.

Da amante delle storie brevi ho fatto veramente fatica a gestire tutto quello spazio in più. Tra l’altro ho anche uno stile di scrittura molto diretto e asciutto che tende sempre all’essenziale. Lo faccio anche fuori dalla narrativa. Deve essere il mio quarto di sangue ligure.

Restando in tema di modifiche, durante la seconda fase del lockdown ho messo alcuni pregiudizi da parte e ho cominciato a studiare la struttura delle storie. È molto utile apprendere un metodo se vuoi scrivere dei romanzi in modo più efficiente (impiegando meno tempo ed energie), e questo anche se certi approcci alla narrativa tecnica sembrano privare la scrittura del suo fascino e ridurla a una somma di elementi funzionali. Non è proprio così, anche se ammetto che l’arroganza di certe persone risulta alquanto irritante.

 

La trama ha per protagonista il cacciatore di libri antichi Lorenzo, professione che hai svolto tu stesso in passato. Ad un certo punto egli si imbatte in una sorta di Bibbia seicentesca, dalle cui pagine affiorano dettagli inquietanti che gettano foschi presagi sul ritrovamento. Quanto c’è di te nel protagonista (oltre alla professione naturalmente)? Ti è mai capitato di scovare qualche reliquia paragonabile alla Bibbia apocrifa del romanzo?

Be’ penso che una buona parte dei colleghi negherebbero ogni collegamento con i propri personaggi. A me sembra una cosa ingenua dato che nulla di quello che si crea è mai stato e mai sarà estraneo al suo creatore. Certo che c’è tanto di me in Fossa: la sua chiusura emotiva, le sue ipocondrie, l’abuso di sostanze per allontanare il malessere e non pensare ai problemi, la difficoltà di mantenere una relazione stabile, il rapporto malsano con la famiglia, la dipendenza da lavoro. Certo, in Unborn ho esagerato questi tratti (abbastanza comuni nella nostra società) a livelli di horror fiction, ma all’origine di ognuno di essi c’è l’embrione di un’esperienza personale. Ed è così per tutti, anche per quelli che lo negano.

Se ho trovato qualche libro molto strano come la falsa Bibbia di Unborn? Per fortuna (chi può dirlo?) no, però ho trovato molti pezzi strani e rari, tra cui una prima edizione de I Canti di Giacomo Leopardi (proprio come racconta Fossa in Unborn) una piccola monografia su Girolamo Segato, il famoso pietrificatore di Cadaveri, un testo di stregoneria del Settecento. Altre cose molto particolari non ho avuto la fortuna di accaparrarmele, ma le ho strette tra le mani ed era una bella sensazione. Per la creazione della Falsa Bibbia di Unborn mi sono basato sull’aspetto di un antico libro sugli assedi, con le tavole ripiegate all’interno e la coperta in pergamena.

 

Essendo Lovecraft uno dei punti di riferimento di Unborn, non posso non chiederti in che modo e in che misura il Sognatore di Providence è entrato nella tua vita segnando indelebilmente la tua immaginazione? Qual è il più importante riconoscimento che ti senti di tributargli?

Lovecraft è uno degli autori che più ho amato nella mia vita di lettore. L’ho letto e riletto (lo faccio ancora) solo per riassaporare il brivido di certe sue atmosfere. Prima di mettermi a scrivere leggevo sempre qualche inizio dei suoi racconti dalla mia antologia preferita (Omnibus Mondadori) che a seconda dei giorni puoi trovare in varie aree della mia casa, dal comodino accanto alla tazza del water al giardino. Il connubio tra mistero, inquietudine, alieni, culti demoniaci e luoghi maledetti presente nella sua narrativa è forse il tipo di orrore che amo di più. Quando lo leggo è un piacere assoluto e quando lo scrivo mi sento perfettamente a mio agio. Ci sguazzerei dentro all’infinito e se potessi mi guadagnerei da vivere solo scrivendo roba lovecraftiana.

Tra l’altro, restando in tema HPL, sto per finire una biografia romanzata del personaggio di Richard Upton Pickman, il pittore maledetto di Il modello di Pickman. Sarà un volume illustrato da Matteo Bocci che in quanto a weird old school ha un vero talento.

 

Non trascuriamo ovviamente il grande regista John Carpenter, altra tua musa, noto estimatore di Lovecraft. Quali aspetti della sua cifra registica hai voluto trasporre in Unborn?

Due film: Il signore del male e Il seme della follia. Sono due pellicole che ho guardato decine e decine di volte. Il Vhs del secondo era così consumato che scricchiolava quando lo riavvolgevo. Ho sempre amato Carpenter per la sua capacità di mischiare orrore e atmosfera, mantenendosi, ma con una certa freschezza, nell’ambito dei classici e dell’horror mainstream. In Unborn ho citato Il signore del male nelle sequenze con i barboni e Il seme della follia con la moltitudine di mostruosità che si trovano nel libro, e naturalmente la mia Robbia è un po’ l’Hobb’s End di Sutter Cane. Quello dei film di Carpenter è un gusto anni 80/90 che adoro e che spero torni prepotentemente di moda.

 

Carpenter e Lovecraft sono due artisti che, l’uno con la cinepresa e l’altro con la penna, hanno ricreato un immaginario di forte presa sul pubblico, costellato di angosce esistenziali e follie inconsce filtrate da abissi extradimensionali. Essendo concetti di cui fai tesoro nell’elaborare le trame dei tuoi scritti, mi incuriosisce sapere se, a prescindere dalla finzione letteraria, ritieni ci sia effettivamente qualcosa all’opera, oltre il velo delle apparenze, che interferisce con le nostre vite? Oppure la realtà pertiene alla tangibilità sensoriale? 

Sono cresciuto in una famiglia molto cattolica e in un ambiente dove si credeva nell’esistenza del Male sovrannaturale. Per farti capire il livello: ho una cugina che è stata “esorcizzata con successo” e io stesso sono stato al centro di un paio di riti. Il luogo in cui sono vissuto era pieno di streghe, stregoni e guaritori (stimati da tutti) che si professavano cristiani, ma che praticavano riti che con la cristianità c’entravano poco e niente. Questo ha influito molto sulla mia percezione della realtà, altrimenti non credo che avrei sviluppato così tanto interesse per il mondo “oscuro” da scriverci così tante storie. Al di là di questo non credo in nulla di definito, ma sono certo che nell’Universo regni un senso generale che naturalmente ancora ci sfugge. O almeno lo spero, perché ritengo che non ci sia nulla di più terrificante dell’assenza di senso nelle cose. Poi, magari, questa è solo l’ennesima ideazione umana che nulla a che vedere con la reale natura del cosmo, ma in quanto essere umano non posso fare altro che pensare come tale.

Per dirla alla Lovecraft la penso un po’ come nell’incipit de IL RICHIAMO DI CTHULHU.

 

La cronaca e la tv di oggi, ormai senza censure, ci hanno abituati alla ferocia e allo squallore dei nostri simili. Nessuno sembra più scioccarsi per una notizia cruenta o una scena splatter. Qual è, dal tuo punto di vista di narratore, l’arma vincente per penetrare questa scorza di assuefazione e attanagliare il lettore odierno nella morsa del terrore?

Sono dell’idea che per quanto la si giri la natura umana sia incapace di cambiare per davvero. Sotto gli strati del tempo e delle usanze la sua natura è sempre la stessa e così le cose che teme. In fondo tutta la gente ha paura di soffrire, di morire, di non essere amata e di restare sola. Credo che per spaventare e inorridire, ancor prima di parlare di terrori e orrori, occorra saper parlare di umanità, conquistare la fiducia del lettore e farlo sentire vicino alla voce narrante. Una volta stabilita questa fiducia, sarà meno difficile condividere con lui delle emozioni sia di orrore che di gioia.

 

Di recente hai messo in piedi una piccola casa editrice, la Blackhouse. Cosa ti ha spinto a farlo? Quali criteri adotti nella selezione dei manoscritti da pubblicare?

Blackhouse è la mia etichetta indipendente con la I maiuscola ed è nata per due motivi: l’esigenza di prendermi una vacanza dalle linee editoriali e fare horror/weird a modo mio, sia dal punto di vista estetico che di stile e contenuti, e in secondo luogo (non meno importante) perché ero stufo di regalare racconti ad antologie AA.VV. o peggio ancora a collane digitali che (come quelle cartacee) spariscono dai radar a due settimane dalla pubblicazione.

Mi sono detto che per avere dei prodotti con editing non sempre buoni, cover spesso scadenti e distribuzione inesistente, tanto valeva pubblicarmeli da me. Così mi sono rigirato l’idea in testa per un po’ di mesi, finché non ho avuto un piccolo contrasto con i curatori di una raccolta che doveva ospitare il mio primo racconto Blackhouse: Il paese tomba. A parte il fatto che non avrei visto un euro per quella pubblicazione, soprattutto non mi piaceva la cover con cui sarebbe uscito il libro. Alla fine me lo sono ripreso, me lo sono fatto editare a spese mie, un amico illustratore mi ha fatto la cover e ho sputato il primo lavoro Blackhouse, che me lo scaricano ancora adesso a quasi due anni dalla pubblicazione. Altro che regalare racconti, fatevi furbi colleghi…

Da lì sono andato avanti, cimentandomi in altre assurdità quali lo slasher western Queho L’uomo nero dell’Ovest, scritto con uno stile tra la sceneggiatura teatrale e la prosa, e Il Signore dei Muri, ambientato in Sicilia e con i dialoghi in dialetto stretto. Devo dire che, senza esagerare, sto avendo delle belle soddisfazioni.

Di recente ho ampliato l’attività editoriale estendendola oltre i miei prodotti, e ho sputato fuori l’horror estremo Doll Syndrome dello sceneggiatore Bonelli Andrea Cavaletto che sta andando molto bene.

Per pubblicare in Blackhouse occorre essere autori già navigati e intraprendenti, aver voglia di sbattersi e soprattutto scrivere storie sperimentali, forti, anti-mainstream. Credo che sia molto importante coltivare (anche) prodotti che vadano fuori dalle comuni linee commerciali. Se siamo sempre impegnati a scrivere cose che vendano, ci togliamo il tempo di sviluppare cose nuove che forse potranno vendere in futuro. E per nuovo (dato che il Pico de Paperis di turno è sempre in agguato) intendo nuove mescolanze di cose già scritte.

 

Ultimamente hai scritto un racconto weird rap ambientato nell’entroterra siciliano, dove tra l’altro sei cresciuto. Si intitola Il Signore dei Muri e, come tuo consueto, attingi dal folklore locale per evocare un Altrove perturbante. Questa scelta prelude a un futuro cambio di rotta della tua produzione? Se si, in che termini?

Be’, devo dire che Il Signore dei Muri è stata una bella svolta. Avendo odiato il periodo della mia infanzia/adolescenza in Sicilia ho sempre ignorato quella parte (molto estesa tra l’altro) della mia formazione culturale, e ho insistito nel definirmi piemontese. In realtà, pur essendo nato in Piemonte, conosco molto meglio il dialetto e le usanze siciliane che quelle piemontesi, avendoli assorbiti negli anni della mia gioventù. Il Signore dei Muri racconta un po’ la mia vita e quella di alcuni miei amici nella provincia di Caltanissetta, quando avevamo circa quindici anni e amavamo la cultura hip hop. Ascoltavamo rap, dipingevamo su muri e treni e ci fumavamo le canne. Il racconto è un omaggio al Candyman di Clive Barker che cito molto chiaramente nella storia.

Devo dire che scrivere di quei posti mi concede una spontaneità di gran lunga maggiore rispetto all’ambiente piemontese. Inoltre i paesaggi aridi e desolati, la forte superstizione, la criminalità giovanile e la povertà, il dialetto dal suono aggressivo (naturalmente parlo solo degli aspetti negativi) offrono ambientazioni davvero potenti nel campo dell’horror.

Insomma c’è un sacco di materiale da cui attingere per delle nuove storie e credo che mi ci dedicherò sempre più spesso. Ultimamente in questo senso ho scritto un racconto per Acheron. Dove mi porterà non lo so.

 

Abbiamo concluso Christian, ti ringrazio per aver accettato il mio invito sul Crocevia. Ne approfitto per ricordare ai lettori che tra qualche giorno uscirà la recensione di Unborn, dove potrete sbirciare ancora più a fondo tra le pagine del libro. Un saluto a tutti e a presto!

Grazie a te come sempre e a tutti quelli che hanno letto questa intervista, e che spero leggeranno Unborn.


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