Il gigantesco meteorite Uxor 77 si è schiantato sulla Terra, alterandone l’ecosistema con le sue mortifere scorie radioattive. L’ammontare dei danni conseguenti all’impatto è impressionante. Campi di sterminio a perdita d’occhio, baie trasformate in cimiteri galleggianti. E poi le radiazioni, che hanno compromesso fauna e flora mutandole in ibridi abominevoli dalle variopinte fluorescenze.

C’è da ammettere che il nostro pianeta, ancor prima di essere colpito dal morbo venuto dallo spazio, il knock out siderale, era già prostrato da abusi indiscriminati.

“Trentasette miliardi di abitanti, la Terra al collasso. Risorse al collasso. Fonti radioattive fuori controllo. Superinquinamento. Allevamento di animali tradizionali ridotto del 90%. Il nuovo business è la carne umana. Un commercio ancora illegale, ma tanta roba, se si ha una strategia”

È questo lo scenario che ci rifila il due volte vincitore del Bram Stoker Award Alessandro Manzetti, aka Caleb Battiago, nella serie di romanzi apocalittici Naraka, Shanti, Samsara e, scollegato dalla trilogia ma del medesimo universo narrativo, Nuova Sodoma. Tutti acquistabili sul sito dell’editore Independent Legions Publishing, con a capo lo stesso Manzetti.

Naraka è un termine di origine sanscrita, che nella tradizione asiatica designa un inferno avviluppato su molteplici livelli, ciascuno contraddistinto da una particolare forma di espiazione attraverso la sofferenza estrema. La New Moon Enterprise ne ha realizzato un doppio futuristico incastonandolo nel suolo lunare, adibito a carcere di massima sicurezza dove rinchiudere la peggior feccia della Terra. Dentro le sue mura i detenuti diventano carne da macello, inscatolata e spedita sulla Terra come alimento privilegiato per i ceti benestanti. La qualità più scadente viene invece impiegata come carburante per le EAT’s, macchine necrofaghe autoalimentate, le milizie di ferro del Seme Nero, una sadica congrega di sterminatori e carcerieri che rifornisce periodicamente il carnaio selenico. I rifornimenti non provengono solo dai deportati, ma sono prodotti nello stesso Naraka, dentro la Stanza dei Sedici Anni. Qui, agli istinti sessuali di sei detenuti maschi viene data in pasto una ragazza, ingravidata a forza di stupri. I feti vengono poi prelevati e preservati in un apposito comparto della struttura, preposto alla coltivazione sperimentale di nuova carne umana. Una filiera ripugnante tesa a soddisfare, con enormi profitti, l’elevato fabbisogno proteico della Terra, sfibrata dal meteorite e dal sovrappopolamento.

In questo zoo delle scimmie bianche finisce anche l’assassina Kiki Léger, presentataci sin dalle prime pagine di Naraka. Vengono subito messe in risalto la sua determinazione, temprata nelle forge malavitose di Parigi Sud 5, e la sua abilità combattiva: «Ho 22 anni, sono esperta in sistemi di biocomunicazione e armi da fuoco. Ci so fare con tutti i modelli di pistola, tradizionali e a impulsi. Sulla schiena ho tatuata la costellazione di Ofiuco. Mi piacciono sia le donne che gli uomini. La prima volta che riescono a prendermi. Porca Troia»[1]. Vedremo se e come riuscirà a cavarsela nel mattatoio extraterrestre, una cloaca dei più fetidi liquami spurgati dalla Terra.

Prima di diventare un’assassina, Kiki è stata una prostituta di Parigi Sud 5, la piaga della Nuova Francia suppurante droghe-zombie, ristoranti cannibalici, mutanti, subumani con protesi bio-meccaniche, bordelli e vicoli gremiti di prostitute strafatte devote a Giovanna d’Arco, loro protettrice. Maggiori dettagli sul passato di Kiki, in particolare sulla sua carriera da killer al soldo del boss Big Blue, li trovate nel volume Kiki the beginning[2] e nella serie di graphic novel a lei dedicata.

Considero Kiki una tarantiniana Beatrix Kiddo ancora più spietata. Nelle sue vene scorre la saliva inacidita della vita, che le ha sputato addosso tutto il peggio. Un personaggio che lascia il segno, e per il quale non si può non fare il tifo.

Shanti e Samsara fungono invece da prequel. Nel primo, Kiki occupa un ruolo marginale, poiché le protagoniste sono Justine e Juliette, due sorelle adolescenti che, rimaste orfane a causa un incidente, vengono trasferite nel College Sainte-Marie vigilato dalla flaccida direttrice Madame Desroches. Le due ragazze – riprese dal romanzo sadiano Juliette (1801) – si vedono costrette a svendere i loro corpi per sopravvivere in quel nido di depravazione, e magari guadagnarsi un briciolo di sicurezza nella ferina società di Parigi Sud 5. L’ideale sarebbe ottenere la residenza a Shanti, la Città Santa, un’oasi incontaminata nel circostante collasso radioattivo. Ma anch’essa, come una monaca di Monza, sotto le sottane immacolate accoglie l’immoralità. Il suo nome, che in sanscrito designa la quiete interiore, la tranquillità, è solo uno slogan, un ennesimo miraggio allestito da un business corrotto e speculativo.

La trilogia Narakiana si chiude, per il momento, con Samsara, cronologicamente antecedente a Shanti. Il titolo è ancora una volta un riferimento alla religione induista, indicante «il ciclo di nascita-vita-morte che si ripete all’infinito, un vero e proprio mantra da queste parti, sibilato tra i denti, quando sono ancora attaccati alle vecchie radici smosse dalla ‘rivoluzione’ silenziosa delle proteine zero, o tambureggiato sul palato dalle lingue cotte di vecchi in fila che aspettano di crepare davanti alla stazione dei bus, deserta come il loro futuro»[3]. Un altro suo significato, secondo me altrettanto appropriato agli scritti di Manzetti, interpreta l’esistenza terrena come un oceano di sofferenza che condanna l’uomo all’afflizione nell’ignoranza metafisica, rendendolo vittima e carnefice del barbaro materialismo e dunque inadatto a trascendere verso una condizione di vita superiore.

La storia è ambientata sedici anni dopo lo schianto di Uxor 77, a cui i governi hanno fatto fronte isolando le aree più compromesse, pattugliate dalle Milizie di Quarantena con il compito di abbattere qualsiasi aborto generato dagli effetti collaterali del meteorite. Non paghe, tali milizie rastrellano le zone di contenimento in cerca di svaghi efferati, compiendo stupri e omicidi tra i civili. Un gruppo di questi decide che è venuto il momento di eludere il presidio militare e trovare rifugio altrove. La meta è un’isola sperduta chiamata Trash Vortex 147, dove nessuno potrà importunarli. Ancora una volta la speranza soccombe all’avvilente realtà, e quell’angolo di mondo si rivela una trappola di bestialità disumana.

Alla luce di quanto emerso finora, si evince come l’estetica sadiana scorra alla stregua di un fiume carsico tra le pagine della trilogia Narakiana. Essendo il Divin marchese la stella polare che guida la penna di Manzetti, non sorprende che quest’ultimo gli tributi un ruolo d’onore nel romanzo Nuova Sodoma. La resurrezione del Re Osceno. Come suggerisce il titolo, de Sade diventa il perno della trama, clonato grazie ai più sofisticati prodigi della tecnologia.

La vicenda si colloca ancor prima della precedente trilogia, dalla quale prende le distanze pur condividendone l’ambientazione. La iniziali battute del romanzo si dislocano su due linee temporali: nella prima, risalente alla Parigi del XVIII secolo, assistiamo alle fasi finali della vita del Marchese, rinchiuso nel manicomio di Charenton fino alla fine dei suoi giorni. L’altra linea temporale ritorna nella distopica Parigi Sud 5, dove facciamo la conoscenza dell’eretico sacerdote Manfredi, in possesso di alcune pagine de Les journées de Florbelle ou la nature dévoilée, l’ultimo romanzo di Sade (scritto tra il 1806 e il 1807 nell’ospizio di Charenton) andato in gran parte bruciato dalla polizia per volere del figlio, preoccupato che le proprie aspirazioni politiche fossero compromesse dalle oscenità del padre. Dei cento quaderni originari si sono salvati solo pochi fogli di appunti, conservati dal segretario del prefetto di polizia Du Plessis. L’autore francese scrisse Les journées de Florbelle per rimpiazzare Le 120 giornate di Sodoma, convinto che fosse andato perduto durante la presa della Bastiglia, da cui era stato trasferito senza poter recuperare il contenuto della sua cella. Invece, ironia della sorte, saranno proprio Le 120 giornate di Sodoma a sopravvivere, rispuntate dopo varie vicissitudini e finalmente stampate nel 1904.

Tornando alla finzione letteraria, Manfredi, stregato dalle poche pagine in suo possesso, vuole che Sade torni in vita per completare l’opera, a qualsiasi costo. Una chicca: in Nuova Sodoma sono riportati alcuni frammenti de Les journées de Florbelle, ricostruiti e interpretati con criterio filologico da Manzetti, a testimonianza della scrupolosa e folle dedizione al proprio lavoro. Meriti che impattano anche sulla cifra stilistica, votata a uno sperimentalismo profanatore lungo il quale la sua penna, affilata come un bisturi, opera uno smembramento trascendentale, slabbrando la vertigine apocalittica di un’Anima Mundi incancrenita. Il suo stile archetipale, che nella singola parola fa implodere un microcosmo semantico, osa condurci nel pozzo nero della psiche umana, lurida discarica delle sozzure dell’anima. Il parossismo stilistico scelto da Manzetti funge da critica spudorata alla deriva valoriale ed ecologica imboccata dall’umanità. Siamo di fronte a una prosa che pretende concentrazione e riflessione, pena un disorientamento che darebbe adito a giudizi superficiali.

Se infatti scoperchiamo il rivestimento ipertecnologico e iperviolento delle sue opere, scopriamo un tavoliere gremito di costrutti storici, antropologici, sociologici, religiosi e filosofici trasfigurati da un decadentismo cyberpunk post apocalittico. Pensiamo, per esempio, alla schiera di femme fatale che spargevano morte e promiscuità a fin de siècle, in una società elettrizzata dall’euforia per la moralità deviata. Kiki sembra la rivisitazione Hyper-Bronx della Cleopatra di Gautier. La Dea d’Africa Salomè, prostituta di Parigi Sud 5, al pari dell’omonima wildiana sfrutta la sua sensualità per inebriarsi nel sangue dello Iokanaan di turno. O ancora la mutante Killer Venus – altro nome emblematico – di Trash Vortex 147, preda di un’insaziabile ninfomania necrofila. Per non parlare delle Giovanniste, le prostitute assassine della Nuova Francia votate al culto estremista della Pulzella d’Orléans, un esercito radicale di Belle Dame sans Merci. Nel mondo Narakiano troviamo tante detentrici di quella bellezza medusea, corruttrice, che sull’onda del decadentismo ha sancito il sublime estetico dell’impurità, decantato inizialmente da Baudelaire e Flaubert, e oggi, con violenza visionaria centuplicata, da Manzetti/Battiago. Simbolo di questo canone è considerata la testa mozzata della Medusa, al centro di numerose raffigurazioni e liriche decadenti. Tale iconografia si ricollega a un’altra turbolenza storica, anch’essa intercettata tra le righe da Manzetti. Mi riferisco al Terrore della Rivoluzione Francese, l’evento epocale che ha scardinato gli assetti sociali dell’epoca spazzati via da un nuovo sentire culturale, inneggiante al libertinismo sfrenato che disconosce le autorità del re e della Chiesa. In quelle giornate per le vie di Parigi piovono teste ghigliottinate, sotto lo sguardo estatico di un pubblico avido di oscenità. Le decapitazioni, su tutte quella dei sovrani, rendono la maschera pietrificata della Gorgone l’emblema della libertà popolare affrancata dal dispotismo monarchico.

Con la presa della Bastiglia, sostiene Hippolyte Taine, «non c’era più un governo; l’edificio artificiale della società umana crollava; si ritornava allo stato di natura. Non era una rivoluzione ma una dissoluzione»[4]. Il marchese de Sade, imprigionato nella Bastiglia proprio in quei giorni, è perfettamente sintonizzato con questa esplosione di sadismo sovversivo, contribuendo ad infiammarlo ulteriormente attraverso i suoi scritti. Manzetti rievoca in chiave distopica quella delirante epoca del Terrore, al punto da poter considerare il Naraka una versione futuristica della Bastiglia in mano a un Ancien Régime Post Uxor.

Mi fermo qui, ma vi assicuro che gli spunti e i riferimenti rintracciabili nei romanzi di Manzetti sono molti, acquattati sotto la prosa concisa e il ritmo serrato, oserei dire cinematografico. Adesso sta a voi trovare il coraggio di annodarvi le budella, stringere le chiappe e paracadutarvi in questo universo brutale. Personalmente la reputo un’esperienza appagante, una ventata d’aria fresca nel pulp-horror estremo.

Buona apocalisse della carne a tutti.

 

 

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[1] C. Battiago, Naraka, edizione 2016, p. 6.

[2] Altre storie ambientate nel cannibalico mondo Narakiano sono contenute nella raccolta I figli di Uxor 77.

[3] C. Battiago, Samsara, edizione 2018, p. 11.

[4] H. Taine, Le origini della Francia contemporanea. La Rivoluzione, Adelphi, Milano 1989, p. 15.


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