Editore: Nessun Dogma

Data di pubblicazione: Maggio 2018

Pagine: 328

Formato: Copertina morbida

Prezzo di copertina: 18 €

Ebook: 8,99 €

 

 

 


Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) non è rinomato solo per i suoi “orrori cosmici”, ma anche per l’acume e la cultura che lo hanno consacrato come uno dei pensatori più eccellenti del suo secolo. Fama che purtroppo gli è stata riconosciuta postuma, grazie soprattutto agli sterminati scambi epistolari in cui intratteneva dibattiti di elevata caratura intellettuale.

Il suo scetticismo inizia a plasmarsi all’età di cinque anni, quando gli viene confermato che Babbo Natale non esiste. A quel punto sorge in lui la domanda se anche Dio non sia in realtà un mito. Il passaggio dall’agnosticismo al totale ateismo in Lovecraft matura in concomitanza con i precoci studi scientifici inerenti alla chimica, a soli otto anni, e poi all’astronomia, all’età di undici anni. Un anno dopo, frequentando le lezioni di scuola domenicale presso la Prima Chiesa Battista a Providence, Lovecraft si mostra scettico e polemico verso «quei parrucconi devoti» (come li definisce in una lettera a Rheinhart Kleiner del 7 marzo 1920) dei suoi insegnanti, «disperatamente legati ai dogmi e alle tradizioni senza fondamento». Col tempo i suoi studi da autodidatta abbracciano l’antropologia, la geologia, la biologia e tutte quelle scienze cosiddette “dure” che smantellano con rigorosa accuratezza le credenze religiose. Anche tale aspetto quindi, concorre nel plasmare il suo singolare profilo di materialista settecentesco.

Alla lunga si sviluppa in lui un opprimente pessimismo cosmico, divenuto in seguito il tema portante delle sue storie, fondato sull’insignificanza dell’uomo, nonché del pianeta Terra, rispetto alla sterminato universo. Ne consegue la logica conclusione secondo cui non è plausibile che proprio l’uomo sia il fulcro di un disegno divino di portata cosmica. Anche perché tutto è funzionale a logiche di spazio-tempo più che divine. In un futuro lontano la nostra galassia verrà spazzata via, come è successo già a molte altre, e di noi non resterà alcun ricordo nell’universo, se non ‹‹polvere alla polvere…e la risata ironica di qualsiasi entità che starà guardando il cosmo dall’esterno…eh già!››.

Lovecraft, come gran parte degli atei, non esclude che vi sia una forza superiore e intelligibile. Ma non crede che essa corrisponda alle logiche propagandistiche e fideistiche tramandate dalla religione e spacciate per verità universali. In questo risiede il paradosso più grande: professare la verità inconfutabile su un qualcosa di cui nessuno ha mai avuto esperienza, se non tramite il “mistero della fede”. Piuttosto Lovecraft propende per un “materialismo meccanicista”, per cui l’universo è un aggregato di materia governato da leggi deterministiche secondo cui nulla viene perso e tutto viene cambiato. Una posizione che esclude a priori le metafisiche questioni dello spirito e del Fato. Quest’ultimo, in particolare, Lovecraft lo ridimensiona all’azione «di forze antecedenti e circostanti, così che qualsiasi cosa facciamo è inconsciamente l’inevitabile prodotto della Natura piuttosto che della nostra volontà. Se un atto trova corrispondenza con il nostro desiderio, è la Natura che ha creato il desiderio e ne ha garantito il compimento» (lettera a Rheinhart Kleiner del 13 maggio 1921).

Nella Natura, somma e unica legge vigente, Lovecraft individua la sola essenza regolatrice dell’esistenza, contraddistinta da «quel corso invariabile di interazione atomica, molecolare e di massa» estranea a una qualsivoglia volontà senziente che legifera sui destini degli uomini elargendo redenzioni post mortem. Queste ultime sono soltanto rassicuranti astrazioni create per fidelizzare le persone a un credo che le salvi da un’inconcepibile non esistenza. Tali speranze hanno finito per schiavizzare l’intelletto, rendendolo impermeabile a ogni argomentazione sensata. In tali condizioni la ragione è sottomessa a un idealismo per cui «la verità non può essere vera poiché distrugge la speranza».

Lo stesso scetticismo Lovecraft lo riserva ai testi sacri fatti assurgere dai credenti a indiscutibili leggi di vita. Egli considera i loro fondamenti nocivi per il mondo contemporaneo, dal momento che «tutti i contesti di presupposizioni emozionali e immaginativi da cui partivano per parlare sono stati ad oggi dimostrati essere una vera e propria primitività infantile» (lettera a James F. Morton del 30 ottobre 1929).

Lovecraft riconosce alla fede il merito di aver saputo tenere sotto controllo per tutti questi secoli una razza insubordinata come la nostra. Ma non si capacita che proprio l’uomo, in quanto essere razionale, si consoli con una verità propinata come assoluta e definitiva quando in realtà è l’opposto. Il cristianesimo non può essere La Risposta in assoluto, in quanto manca di logica e concretezza. Semmai è una verità terrena, perché funziona alleviando l’insoddisfazione intrinseca dell’individuo, assoggettandolo in un una rassicurante prigionia ovattata dove non deve porsi domande scomode. E tanto basta.

«E’ molto più saggio inventare una sorta di “verità” artificiale che si conformi al benessere dell’uomo. Non ci farà mai alcun bene conoscere le dimensioni dello spazio e gli eoni del tempo […]. La nozione di una divinità personale e affettuosa funziona meglio con le masse, per cui adattiamo delicatamente ciò che sappiamo a ciò che sarebbe meglio che sapessimo» (lettera al Kleicomolo, ottobre 1916).

Da quanto sostenuto finora il pantheon lovecraftiano assume un interesse ancora più rilevante. Come ha potuto un ateo materialista concepire una mitologia così articolata, imponente, e che soprattutto dimostra alcune affinità con i culti e le divinità delle religioni reali?

La colonna portante che sorregge i Grandi Antichi e le loro stirpi non è da rintracciare in una simbologia teologica, ma cosmologica. Infatti queste divinità rappresentano l’imperscrutabilità del cosmo, incarnano le paure inconsce sulla potenza che si cela nei suoi sconfinati abissi, di cui non possiamo lontanamente immaginare la portata. In questo quadro di stupefacente terrore dell’ignoto si colloca l’effimero pulviscolo dell’umanità, la cui insignificanza al confronto delle forze cosmiche la rigetta in una desolante impotenza.

C’è da aggiungere un altro tassello, fondamentale direi, per completare la risposta. «È vero che una biblioteca virtuale di libri “proibiti” inventati da Lovecraft e dai suoi colleghi […] sembra parlare in termini simili degli dèi antichi, ma ciò che si scopre gradualmente, con il progredire dell’opera di Lovecraft, è che questi cultisti sono tanto pateticamente nel falso nei riguardi degli “dèi” che adorano quanto lo è la maggioranza degli esseri umani nella loro devozione rispetto a Yahweh o Allah» (Joshi). A conti fatti la cieca devozione si riduce alla mitizzazione di entità molto più concrete che, nel caso di Lovecraft, sono esseri provenienti da altri pianeti o dimensioni dello spazio.

E’ in questa disillusa e spietata contemplazione esistenzialista che ateismo e letteratura in Lovecraft trovano il connubio vincente, rendendo la sua filosofia sempre affascinante e spesso attuale. Che il progresso scientifico e tecnologico rendano l’uomo più indipendente nel documentarsi sulla veridicità dei fatti è un altro punto nodale individuato da Lovecraft, che oggi come non mai, complice l’avvento dei sistemi telematici, ha decretato una nuova frontiera dell’informazione.

Contro la religione è una lente d’ingrandimento su una delle tante sfaccettature che hanno reso singolare lo scrittore di Providence. Dopo il recente Oniricon (recensito qui), testo incentrato sul suo rapporto con il sogno, in quest’altro volume è indagato il conflitto tra il poltrire della ragione nel salotto delle false speranze, dove l’ingozzarsi di confortanti aspettative appesantisce ogni slancio critico, e la forza reattiva dell’intelletto che demolisce e ricostruisce, pezzo per pezzo, ciò che la teologia dà per assodato.

L’edizione in questione traduce, per la prima volta, l’originale Against Religion: The Atheist Writings of H. P. Lovecraft (2010). La cura è affidata a S.T. Joshi, una garanzia. Il volume si compone di quattro parti: Alcune riflessioni personali, Pensieri generali su Dio e la religione, Religione e Scienza, Religione e società. Ciascuna presenta diversi estratti di lettere e saggi, pubblici e privati, che colmano un vuoto considerevole nell’epistolario lovecraftiano finora tradotto.

Riconosco che alcuni passaggi possono risultare ripetitivi o pedanti, ma la passione e l’acume con cui Lovecraft sviscera, ritorce e ricuce l’argomento ripaga la prolissità riscontrata. In ogni caso si tratta di una lettura consigliata ai soli fan dell’autore, che hanno già letto moltissimo di suo e vogliono approfondirne i lati meno “pop”. Data questa premessa, il libro è degno di ogni collezionista che si rispetti.


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